Omaggio a Chico

Posted in Notizie e politica on 8 giugno 2010 by carlonline

Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Era poco prima di cena, il 22 dicembre 1988, Chico Mendes, uscendo nella veranda sul retro della sua casa di Xapuri, nello stato dell’Acre, fu colpito al torace da una pallottola calibro 22. Aveva da pochi giorni compiuto quarantaquattro anni. Una morte annunciata che, in breve, fece il giro del mondo, poco prima di Natale. Ma chi era Chico Mendes?

Chico Mendes: «L’albero cadendo ha sparso i suoi semi»

(di Francesco Lauria)

Chico Mendes era un uomo della foresta, figlio di un seringuero, e seringuero egli stesso, raccoglitore di lattice dall’albero della gomma, fin dall’età di nove anni. Nella foresta non vi erano scuole: Chico aveva imparato a leggere e scrivere grazie a un intellettuale rifugiato, Euclides Tàvora, che era sfuggito alla dittatura. Mendes è anche l’uomo, poi diventato un personaggio internazionale, simbolo del “progresso senza distruzione dell’ambiente”, il mito di una militanza nata nelle comunità di base e poi cresciuta nel sindacato (la Cut, “Central ùnica dos trabalhadores”) e nel partito (il Pt, “Partido dos trabalhadores”), che si alimentava dall’assunto che le idee sono importanti, ma producono risultati solo se «elaborate e vissute insieme agli altri».

Fin dal 1975, Chico Mendes aveva organizzato un sindacato di lavoratori rurali per la difesa dalle violente intimidazioni e dalla occupazioni della terra praticate dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e togliendo ai lavoratori i loro mezzi di sostentamento. Mendes organizzò numerosi gruppi di lavoratori rurali per formare blocchi umani nonviolenti intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione e presto si attirò la collera dei costruttori e degli estrattori minerari, abituati a risolvere gli intoppi sia grazie a politici corrotti sia assoldando pistoleri per eliminare gli ostacoli umani. Queste azioni di contrasto salvarono effettivamente migliaia di ettari di foresta, dichiarati reservas extrativistas dove i lavoratori rurali poterono continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.

Quando fu ucciso, Mendes era divenuto da alcuni anni un testimone internazionalmente riconosciuto della lotta per la salvaguardia della foresta amazzonica, la promozione dei diritti sindacali e la concezione di un diverso modello di sviluppo.

Su Mendes è recentemente uscito un libro preziosissimo di Gianni Alioti[1], responsabile dell’Ufficio internazionale della Fim-Cisl. Lo si comprende subito dalla prefazione di Marina Silva, che da seringuera è divenuta, tra il 2003 e il 2008, ministro dell’Ambiente del governo Lula, e che racconta di aver conosciuto Mendes nel 1977. Come scrive la Silva, l’idea del socio-ambientalismo deve molto a Chico Mendes e alla sua capacità di trascendere la propria realtà, capendo profondamente il collegamento tra quello che accadeva nei territori amazzonici minacciati e il fermento dell’ambientalismo sul piano globale.

Il libro di Alioti riporta l’inedita traduzione italiana di un’intervista a Chico Mendes registrata durante il III congresso della Cut, svoltosi nel settembre del 1988. Il testo è di un’attualità sconvolgente e si approfondisce il tema del ruolo delle popolazioni indigene. L’aspetto cruciale dell’alleanza tra seringueros e indios è affrontato con grande lucidità così come l’idea di strutturare un sindacato a rete che spesso viene definito «l’alleanza». Non manca, nell’analisi di Mendes, il ruolo importante ricoperto nella battaglia ecologica nel sindacato dalle donne, oltre che dallo sviluppo del movimento cooperativo tra i seringueros. Peculiare, poi, l’esperienza di alfabetizzazione dei lavoratori che camminava di pari passo con la costruzione di consapevolezza dei diritti, con un cammino collettivo di lotta e di coscienza ecologica. Mendes racconta anche di una particolare tecnica nonviolenta, la trincheira: un cordone di uomini e donne che si davano la mano intorno all’area che stava per essere disboscata per impedire l’attività e gli accampamenti degli addetti al taglio degli alberi. Il senso politico dell’intervista è forse soprattutto nell’impegno di Mendes a costruire una compatibilità tra attività estrattiva e difesa della foresta, la chiave del successo e della concretezza delle lotte del sindacato da lui guidato.

Il libro però non si ferma qui: Alioti non si limita a una biografia di questo eccezionale testimone che con il suo sacrificio ha permesso un salto di qualità nella mobilitazione e nella visibilità dell’azione a difesa del patrimonio ambientale brasiliano e di tutta l’umanità, ma dedica una corposa seconda sezione allo stato attuale dell’Amazzonia. Un tema importante che, vista la presenza di molti compagni di Mendes alla guida dello Stato brasiliano, appare anche scomodo.

Una delle doti fondamentali di Mendes – scrive Alioti – fu questa intuizione: la capacità di reinterpretare il conflitto sociale non attraverso una visione meccanicistica, ma superando il concetto di “classe” senza per questo rinunciare alla dimensione “rivoluzionaria” che si concretizzava, precorrendo enormemente i tempi, nell’articolare insieme il sindacalismo rurale con l’ecologismo.

Rimane il tema di fondo: la deforestazione dell’Amazzonia, in questi venti anni che ci separano dall’assassinio di Chico Mendes, è continuata, pur non sempre con andamento uniforme, come altalenante è stata la presa di coscienza collettiva e la mobilitazione in difesa dell’ecosistema più importante per il futuro dell’intero pianeta. Dentro e fuori dal Brasile. L’economia predatoria guidata dagli interessi di numerose e diversificate multinazionali, la diffusione dei biocarburanti e degli organismi transgenici, le attività estrattive e minerarie senza freni oltre alla continua e annientatrice pressione sulle popolazioni indigene ci consegnano una situazione estremamente grave.

Il punto fondamentale che si riscontra nella sezione del libro di Alioti che ci aggiorna sulla situazione odierna della foresta amazzonica è che, se in una prima fase lo sfruttamento predatorio di risorse forestali (come il legname) e la destinazione dei terreni per allevare bovini o coltivare soia, può apparire un investimento economico, è ampiamente dimostrato che il saldo finale è un alto costo ambientale e sociale, mentre gli indicatori economici e di qualità della vita nelle regioni deforestate non sono certo migliori di quelle in cui la foresta è stata preservata.

Uno dei fattori scatenanti la deforestazione permane certamente la presenza di ricchissimi giacimenti minerari: si pensi ai giacimenti di ferro nella regione di Belem nella quale si trova anche una delle poche linee ferroviarie del Brasile e dove si sta attuando, favorito dalla privatizzazione delle miniere, un vero e proprio saccheggio ambientale[2].

Alioti ci ricorda che nel febbraio 1989, due mesi dopo l’uccisione di Chico Mendes, si materializzò il sogno di un’alleanza in Amazzonia di tutti i popoli della foresta, seguendo l’esempio di Mendes nell’Acre che aveva saputo formare e salvaguardare l’alleanza tra indios, seringueros, passeiros (i “senza terra”) ed altri popoli. Un’alleanza che, anche di fronte alle incertezze della politica e della società civile, è stata rilanciata nel settembre del 2007 con un grande incontro a Brasilia che ha sfidato il governo con la costruzione di un’agende alternativa insieme di preservazione degli ecosistemi e di riduzione della povertà tra i popoli tradizionali.

Le contraddizioni interne al governo Lula hanno però portato, nel marzo 2008, alle dimissioni di Marina Silva da ministro dell’Ambiente e la stessa Silva, nel mese di agosto 2009, ha lasciato anche il Pt, preludio ad una sua possibile candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma, al di là delle indubbie difficoltà, oggi l’intuizione di Mendes, in un contesto che non può prescindere da meccanismi di compensazione internazionali in coerenza con il trattato di Kyoto, appare più centrale che mai.

Per rovesciare il paradigma dello sviluppo incentrato solo sui beni di consumo e su logiche predatorie, bisogna, scrive Alioti nel testo, «trovare la maniera per quantificare e valorizzare economicamente i servizi ambientali delle foreste, tra cui quella amazzonica, sia per conservarle, sia per riconoscere una funzione sociale ed ecologica alle popolazioni che ci vivono, senza depredarle».

Scrive la figlia di Mendes, Elenira, nella postfazione al libro: «Dal profondo del mio cuore, il migliore regalo che il Brasile possa fare alla memoria di mio padre è diminuire la deforestazione dell’Amazzonia. La mia più grande allegria sarebbe sapere, un giorno, che l’Amazzonia ha raggiunto il tanto sognato grado della deforestazione zero. So che è solo un sogno, ma non smetterò mai di sognare perché è questo che mio padre mi ha insegnato. È stato per questo che mio padre è vissuto e morto: trasformare la foresta in uno spazio, in un ambiente economicamente vitale e sostenibile; perché essa non fosse più distrutta».

È il messaggio di fondo di Chico Mendes, sindacalista, politico ambientalista, padre. Di un uomo che, cadendo, «ha sparso il seme della speranza in ogni angolo del mondo».

Si consiglia l’ascolto delle seguenti canzoni:

Chico Mendes (Gang, dall’album Le radici e le ali – 1991);

Ricordati di Chico (I nomadi, dall’album Gente come noi – 1991).


[1] G. Alioti, Chico Mendes. Un sindacalista a difesa della natura, Edizioni Lavoro, Roma 2009, pp. 158.

[2] Si veda la campagna «Sui binari della giustizia» sul sito http://www.giovaniemissione.it

Annunci

Si fa presto a dire: “Pace!”…

Posted in Notizie e politica on 7 giugno 2010 by carlonline

Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Percorsi evangelici di pace

(di Fabio Corazzina)

Negli anni Novanta del secolo scorso la Chiesa italiana ha proposto la trilogia Educare alla legalità (1991), Educare alla socialità (1995) e infine Educare alla pace (1998). Ci si chiedeva: «C’è uno scarto tragico fra la sincerità dell’invocazione (di pace) e la realtà della vita. Si fa la guerra affermando di avere in cuore la pace. In nome del proprio sogno si contrasta il sogno dell’altro e non gli si fa posto. Il conflitto è contrabbandato come il prezzo inevitabile da pagare per la quiete e l’ordine, spesso identificati con la vittoria e la tranquillità del più forte. E il sangue di Abele continua a gridare dai solchi della terra (Gen 4, 10). È allora spontaneo chiederci: perché questa contraddizione? Se la pace, sempre inseguita, sembra sempre sfuggire al possesso dell’uomo, non ci sarà nella stessa condizione umana qualcosa che impedisce il realizzarsi del sogno?» (Educare alla pace nn. 1-2).

È del 2004 la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa con un ampio capitolo dedicato alla pace. La poco conosciuta trattazione fa sintesi del magistero sociale della Chiesa cattolica e propone un lavoro comune per il riconoscimento del «diritto alla pace» che favorisca «la costruzione di una società all’interno della quale ai rapporti di forza subentrano rapporti di collaborazione, in vista del bene comune» (n. 518); diritto non ancora nell’agenda degli Stati nazionali e degli organismi internazionali.

Dall’inizio del terzo millennio ci aspettavamo qualcosa di meglio. Per lo meno il secolo breve dell’odio e della guerra speravamo potesse essere semplicemente materia di storia contemporanea, sostituito dal secolo della pace. E invece… «nel terzo millennio perdura l’abitudine di rubare, cioè di perpetuare comportamenti ingiusti nei confronti del bene e dei beni altrui, del bene e dei beni di tutti… perdura l’abitudine di mentire, cioè di parlare e operare non secondo verità ma secondo convenienza… perdura l’abitudine di dimenticare o di negare i poveri, la civiltà della ricchezza non può sopportare una convivenza sgradevole… perdura l’abitudine di uccidere, cioè di non rispettare la vita o di considerarla come una variabile dipendente da altri valori ritenuti superiori: la guerra, in tutte le sue espressioni, è la struttura che rivela il massimo di devastazione umana»[1]. In questo perdurare le comunità cristiane si affannano a sopravvivere, si vendono alla paura e dimenticano il testimoniare.

Il desiderio umano di pace rivendica quindi alcune scelte e gesti coerenti anche da parte delle chiese. Scelte e gesti nei quali sia possibile riconoscere germi di futuro e di speranza. Proviamo a evidenziarne alcuni.

Il rifiuto della logica delle armi e del riarmo

Dire armi significa dire produzione, commercio, finanza armata, uso, guerra, criminalità, difesa violenta, mafia, paura, sopruso, corsa al riarmo, bambini soldato, ferite, morte, controllo sociale, eserciti. Non è sufficiente mascherare questo fenomeno con la logica degli interventi umanitari, con la scusa della protezione dei deboli, con la legittimità della difesa armata. Come comunità cristiane, parrocchie, chiese non ci è più permesso benedire, approvare, sostenere, giustificare la logica delle armi e del riarmo, troppo spesso recanti il marchio di fabbriche italiane, in cui tranquillamente lavorano operai, dirigenti, ricercatori e tecnici cristiani.

In fondo è il Vangelo che ce lo chiede. Fondamentale in tal senso è il messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti al seminario sul disarmo promosso dal pontificio Consiglio della giustizia e della pace (11-12 aprile 2008): «In questo vostro seminario voi riflettete su tre elementi tra loro interdipendenti: il disarmo, lo sviluppo e la pace… il disarmo non interessa solo gli armamenti degli Stati, ma coinvolge ogni uomo, chiamato a disarmare il proprio cuore e ad essere dappertutto operatore di pace… resta sempre valido il magistero del beato papa Giovanni XXIII, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo di un disarmo integrale… non bisogna trascurare l’effetto che gli armamenti producono sullo stato d’animo e sul comportamento dell’uomo. Le armi infatti tendono ad alimentare a loro volta la violenza… è giunto allora il momento di cambiare il corso della storia, di recuperare la fiducia, di coltivare il dialogo, di alimentare la solidarietà».

La scelta della nonviolenza evangelica

Come linguaggio, progetto sociale e politico, testimonianza e primizia del Regno di Dio. È strano il fatto che nelle nostre comunità cristiane trovi maggiormente accoglienza la giustificazione della guerra e della violenza, della legittima difesa armata e della ingerenza umanitaria con gli eserciti piuttosto che la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di amore che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile che lo stesso Gesù ha inaugurato. Il cristiano nonviolento non distoglie il volto dalla brutalità dell’oppressione, ma nemmeno si fa trascinare nella logica che lo vuole “nemico” perché altri lo hanno definito come tale. Resta un mistero ed uno scandalo il motivo per cui la Chiesa cattolica non si definisca evangelicamente e nei comportamenti come nonviolenta. Forse teme di pagare un prezzo troppo alto di fronte a poteri politici ed economici che hanno altri fini e obiettivi. Benedetto XVI in più occasioni affronta il tema della nonviolenza evangelica. Commentando le beatitudini nell’Angelus del 18 febbraio 2007, afferma: «Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (Lc 6, 29) – ma nel rispondere al male con il bene (Rm 12, 17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico… Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita».

L’obiezione di coscienza a tutto ciò che calpesta la vita

Inutile nascondere che l’obiezione di coscienza è invocata nelle nostre comunità cristiane solo in riferimento a questioni di bioetica, e rivolta a medici o a farmacisti. Che l’economia uccida, che la politica uccida, che l’industria uccida, che l’informazione uccida, che l’educazione uccida, che certa legalità uccida, che la religione uccida per noi è irrilevante. Credo che pochi ordini del giorno dei nostri Consigli pastorali presbiterali abbiano indicato la questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare volontario, alla produzione e commercio di armi, al sostegno di politiche immigratorie omicide, alla approvazione di leggi inique, alle alleanze trono-altare che rilanciano lo scontro di civiltà come criterio di lettura del tempo presente. In tal senso ci rendiamo conto che non è più sufficiente semplicemente sostenere la scelta del servizio civile.

Benedetto XVI oltre al richiamo a una obiezione di coscienza per medici, farmacisti, ricercatori in merito a questioni di bioetica interviene anche sull’obiezione di coscienza al servizio militare: «… è la via indicata da Gesù: Lui – che è il Re dell’universo – non è venuto a portare la pace nel mondo con un esercito, ma attraverso il rifiuto della violenza. Lo disse esplicitamente a Pietro, nell’orto degli Ulivi: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” (Mt 26, 52); e poi a Ponzio Pilato: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18, 36). È la via che hanno seguito e seguono non solo i discepoli di Cristo, ma tanti uomini e donne di buona volontà, testimoni coraggiosi della forza della nonviolenza»[2].

Una liturgia che dà vita e non chiede ulteriori sacrifici

I testi liturgici e il nostro modo di celebrare Dio troppo spesso contengono termini sacrificali. Ci si è abituati, nella preghiera, a contemplare la necessità del sacrificio come generatrice di futuro e salvezza. Che Cristo ci abbia detto: «non voglio più sacrifici ma solo misericordia, giustizia, amore, riconciliazione» non è che ci conforti molto. Molto più congeniale alle nostre comunità è la logica pagana (vorrei dire leghista o mafiosa) che qualcuno deve morire per il popolo, e chi deve morire lo decidono i potenti di turno, non certo gli ultimi e gli esclusi.

Benedetto XVI nell’Angelus dell’8 giugno 2008 commenta il passo del profeta Osea «Voglio amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più che gli olocausti» (6, 6): «In questo oracolo di Osea Gesù, il Verbo fatto uomo, si è, per così dire, “ritrovato” pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti». La pace infatti «incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può garantire, per così dire, la “profondità” del volto dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano… La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. È una sorta di “risonanza”: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore» (Benedetto XVI, omelia per la Giornata della pace 2010).

La riconciliazione come stile e impegno

Non solo la società secolarizzata, ma anche le nostre comunità cristiane sono sempre più divise, incapaci di dialogo, accusatorie, «l’una contro l’altra armate». Scegliere la pace significa fare ogni sforzo per riuscire a essere artigiani di pace e di riconciliazione, facilitatori di incontro, generatori di dialogo, tessitori di perdono. Se è ormai consolidata l’idea che ogni parrocchia abbia al proprio interno la Caritas attenta alle povertà del territorio e alle politiche sociali oppure un gruppo di catechisti, è sempre più urgente che ogni parrocchia si attrezzi di un “gruppo di verità e di riconciliazione” capace di ricucire le fratture senza che il prezzo sia quello dell’avvocato, dei giudici di pace o dei tribunali penali e delle liti infinite.

L’ultimo sinodo della Chiesa africana dal tema «Riconciliazione, giustizia e pace» in una proposizione finale indica: «Invitiamo tutti a lasciarsi riconciliare con Dio. È questo che apre la via alla riconciliazione vera fra persone. È questo che può spezzare il circolo vizioso dell’offesa, della vendetta e del contrattacco. In tutto questo, la virtù del perdono è cruciale, anche prima di qualsiasi ammissione di colpa. Quelli che dicono che il perdono non funziona, dovrebbero provare a vendicarsi e vedere cosa succede. Il vero perdono promuove la giustizia del pentimento e della riparazione, che conducono a una pace che va alle radici del conflitto e che fanno di quanti erano vittime e nemici, degli amici, fratelli e sorelle».

Benedetto XVI il 25 ottobre 2009 nell’omelia per la chiusura del Sinodo conferma: «L’urgente azione evangelizzatrice, di cui molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali». Ciò che vale per la Chiesa africana è urgenza per la Chiesa europea e italiana.

Un rapporto evangelico con il denaro

Con troppa facilità gestiamo le nostre economie senza criterio. Abbiamo soldi in banche armate o che sostengono il commercio di armi, investiamo in fondi immorali e omicidi, accettiamo contributi da tutti convinti che noi possiamo “lavare e purificare” ogni cosa attraverso il bene che facciamo. Sottoscriviamo accordi e convenzioni che ci privilegiano e ci mettono in cattiva luce sul piano sociale e umano. Tacciamo su ciò che non funziona pur di poter sopravvivere, pieni di timori più che di parresia. Laici e sacerdoti, gruppi e associazioni cristiane dovranno pur domandarsi cosa significa essere Chiesa “povera e libera”.

Benedetto XVI nell’omelia a Brescia lo scorso 8 novembre 2009 cita Paolo VI: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo». Povera, cioè libera.

Quando la Chiesa dipende economicamente dai potenti di turno corre il rischio di perdere coraggio. La campagna banche armate che si è poi sviluppata in campagna parrocchie disarmate vuole far riflettere sul rapporto fra finanza, riarmo e violenza. Resta molta strada da fare.

La giustizia e la gratuità prima della solidarietà e della sussidiarietà

In effetti siamo più abituati a vivere la solidarietà (vedi la quantità incredibile di gruppi, movimenti, onlus, parrocchie, oratori, patronati… che fanno cooperazione internazionale o interventi solidali sul territorio) e quindi a rivendicare la sussidiarietà (ci pensiamo noi, dateci spazio e fondi) piuttosto che accettare la sfida della giustizia e della gratuità. Chiede coraggio politico, intelligenza sociale e progettuale e scelta del bene comune nonché della priorità dei poveri rispetto ai “nostri” interessi, fossero pure di territorio o di chiesa.

È Benedetto XVI che ricorda: «La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica»[3]. È questa l’economia che non uccide.

In conclusione

Un dibattito così ricco e ampio invita ad aprire un approfondimento e individuare scelte concrete e comunitarie su molti capitoli:

la scelta nonviolenta come questione etica e spirituale: la nonviolenza è opzione evangelica?

l’obiezione di coscienza all’uso, alla produzione, al commercio delle armi è ancora valida e appoggiata dalla Chiesa cattolica?

anni fa il principio di deterrenza era accettato dall’etica cattolica, poi sconfessato perché usato per il riarmo e non per il disarmo. Oggi non dovremmo mettere in discussione anche il “principio di sufficienza” per lo stesso motivo?

la confusione, voluta e progettata, fra militare, umanitario, cooperazione, missioni di pace e guerra è pericolosissima. Se vogliamo l’esercito chiariamone il ruolo, limitato e ben definito. Perché non creare altre agenzie e strutture adeguate?

la proposta della riconversione dell’industria militare e bellica come via etica e responsabilità politica ed economica è sostenuta dalle nostre comunità?

i corpi civili di pace possono essere via decisiva per la realizzazione del diritto umanitario di pace?

la legittima difesa giustifica il riarmo personale e di un popolo?

la protezione del debole può essere raggiunta senza usare sistemi e mezzi violenti?

è eticamente sostenibile il disarmo unilaterale in questo momento?

vale ancora il «Tu non uccidere» senza se e senza ma?

Alla Chiesa è chiesto di superare l’atteggiamento di “primogenitura” di Caino che rivendica per se stesso un pericoloso “esser primo”. Primogenitura che si esprime in una serie di complessi che mettono in croce natura e umanità e non danno pace: complesso di orgoglio nei confronti di se stessi, complesso di superiorità nei confronti del prossimo, complesso di sottomissione della natura, complesso di dominio nei confronti dei popoli. Ultimi, ci dice Gesù. Capaci di incontro e dialogo con tutti in atteggiamento di “compagnia”, coscienti che la Chiesa non esiste per sé e per tutelarsi, ma per annunciare e testimoniare il vangelo a ogni creatura. Costruire un mondo nuovo significa quindi porre attenzione alle truffe edilizie troppo frequenti. Si mette più sabbia che cemento nell’impasto e tanti edifici dopo un po’ di anni cominciano a sfaldarsi… Non possiamo continuare a parlare di pace in tutte le salse, preghiere, incontri e non metterci il collante della nonviolenza evangelica. Si sfalda tutto, e la storia continua a mostrarcelo.

«Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi, o non si tenga abbastanza conto, dell’orrendo costo della guerra e della violenza, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo con essa difendere»[4]


[1] Intervento di don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, al 29° convegno nazionale delle Caritas diocesane, Orosei, 19 giugno 2003.

[2] Benedetto XVI ai giovani in servizio civile il 28 marzo 2009.

[3] Caritas in veritate, 36.

[4] P. Mazzolari, Tu non uccidere, San Paolo Edizioni, Milano 2003. Cfr. anche il discorso di Giovanni Paolo II a Drogheda, Irlanda, il 29 settembre 1979 e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa n. 496.

Giugno, mese dedicato al Sacro Cuore

Posted in Cibo per l'anima on 1 giugno 2010 by carlonline

O Gesù, mio Dio e mio Salvatore,

che nell’infinita tua carità ti sei fatto mio fratello e sei morto per me sulla croce;

tu che ti sei donato a me nell’Eucaristia

e mi hai mostrato il tuo Cuore per assicurarmi del tuo amore,

volgi a me in questo momento i tuoi occhi misericordiosi

e avvolgimi nel fuoco della tua carità.

Credo nel tuo amore per me e ripongo in te tutta la mia speranza.

Sono consapevole delle mie infedeltà e delle mie colpe,

e domando umilmente il tuo perdono.

A te dono e consacro la mia persona e tutto ciò che mi appartiene,

perché, come cosa tua, tu disponga di me come meglio credi per la maggior gloria di Dio.

Da parte mia prometto di accettare volentieri ogni tua disposizione

e di regolare ogni mia azione secondo la tua volontà.

Cuore Divino di Gesù, vivi e regna sovrano in me e in tutti i cuori,

Nel tempo e nell’eternità.

Amen.



E’ nato!

Posted in Vieni con noi... on 13 maggio 2010 by carlonline

http://giopav.ilbello.com

È nato! È fresco, è giovane, è dinamico… è GioPav!

Ultimo nato del villaggio globale, appartenente alla tribù dei siti internet della Congregazione, GioPav è il portale dei Giovani Pavoniani, dove saranno pubblicate tutte le iniziative della Pastorale Giovanile Pavoniana, le testimonianze di chi le vive in prima persona, nonché le foto più belle.
Con la sua veste grafica accattivante, dotato di un “Guest-book” e di un “Forum”, GioPav si propone come spazio aperto per giovani condivisioni, una “agorà interplanetaria” capace di offrire nuove coordinate di viaggio al variegato universo giovanile.

ATTENZIONE!
Attenersi scrupolosamente alle seguenti modalità di assunzione:

1.      connettersi a questo indirizzo: http://giopav.ilbello.com

2.      salvare immediatamente l’indirizzo di cui sopra tra i “preferiti”

3.      esplorare accuratamente tutte le aree disponibili

4. diffondere con ogni mezzo la conoscenza del sito

L’uso continuativo e prolungato può indurre dipendenza e favorire episodi di “illuminazione vocazionale” irreversibile.

PS: da oggi,  dalla sezione  “Dowload”,  potrete scaricare  la  canzone-inno  del prossimo  “Gio-Fest Pavoni 2010”.  La diffusione tra amici e conoscenti è vivamente consigliata!

In un mondo  di efemeridi e fuochi fatui, un nuovo astro orienta il tuo cammino:

“GioPav, c’è fremito nell’etere!”

Dio, dove sei?

Posted in Cibo per l'anima on 13 maggio 2010 by carlonline

Articolo di Paola Bignardi, tratto dal n. 1/2010 di

“Se vuoi”, rivista di orientamento:

www.apostoline.it

Quante volte ci viene da pensare come sarebbe bello se Gesù camminasse oggi per le nostre strade come ha fatto 2000 anni fa in Palestina! E ci sembra di avvertire la stessa nostalgia che immaginiamo abbiano sentito i suoi discepoli il giorno dell’Ascensione. Ma la legge cui sottostanno tutte le creature umane non vale per il Risorto, che continua a restare in mezzo a noi. Dal giorno della Pentecoste, il Signore si incontra nel cuore abitato dallo Spirito. E quello che potrebbe sembrare l’inizio di una lontananza, in effetti è solo l’inizio di una possibile presenza più profonda, più interiore, più universale, non più circoscritta nell’ambito di uno spazio e di un tempo. La presenza del Signore continua oggi, ma non è facile riconoscerlo. La sua presenza è discreta e la sua azione è misteriosa: lo incontra chi sente il desiderio di Lui; chi è disponibile a portare l’inquietudine del proprio cuore in ricerca; soprattutto chi è disposto a dargli fiducia, a fargli credito, ad affidarsi alle parole e ai segni che ci ha lasciato.
Il Signore si incontra nella Parola, che è una porta alla quale continuare a bussare per capire il senso della vita; per capire il cuore di Dio; per lasciarci guidare da Lui. L’esperienza dell’ascolto e del silenzio davanti a Dio, lo stupore per la bellezza del suo Vangelo, aiutano a vivere cercando nell’esistenza di ogni giorno i segni della Presenza; sì, perchè anche la vita concreta è una delle parole attraverso cui si comunica la Parola. L’attenzione a Dio che si esercita nell’ascolto della Parola allena a poco a poco all’ascolto del suo mistero, che si rivela anche nella vita; e a percepire che la vita è comunque un sacramento di Dio, anche quando è oscura, anche quando è opaca.
E poi Dio si incontra nella preghiera, che è dialogo, incontro, esperienza dello stare alla presenza di Dio, ora nella gioia del sentirsi davanti all’amore, ora nell’oscurità, ora nella fatica della fedeltà. Il tempo dedicato alla preghiera, in Chiesa o nella propria casa, aiuta a vivere quella preghiera che è costituita dalla vita: la vera lode è quella che ogni giorno si esprime in un’esistenza che cerca di svolgersi secondo il Vangelo. Ma se questo avviene, è perchè la Chiesa ci suggerisce e ci insegna atteggiamenti e parole: ad esempio quelle della lode, quando si sospende quello che si sta facendo per rivolgere a Dio il pensiero, il cuore, la vita; e allora tutto diviene preghiera: gli incontri, le relazioni con le persone, la pace della coscienza, la grazia di riconoscere il Signore anche dentro le situazioni dure della vita.
E poi il Signore si incontra nel povero, con chi è senza voce e senza possibilità di farsi valere. E’ uno dei misteri più grandi questo; un sacramento che si scopre a poco a poco. Nelle persone in difficoltà continua misteriosamente la pasqua di Cristo, così come continua nell’impegno di coloro che cercano di essere per il loro il segno implicito dell’amore di Dio e lo stimolo per il loro riscatto. A chi è stato chiamato a vivere questa dimensione sarà chiesto l’ultimo giorno quanto e come ha vissuto la grazia dell’incontro con il Signore nel bambino che chiede l’elemosina sulla metropolitana, nello straniero in cerca di una vita meno umiliata, nel vecchio che si sente abbandonato… Il Signore è mistero: Egli si cela anche in un’umanità umiliata; Lui che ha scelto di amarci anche attraverso lo scherno della croce ci chiede di riconoscerlo e di amarlo in ogni forma di umanità sfigurata.
I segni della presenza del Signore non sono mai evidenti: se lo fossero, la nostra adesione a Lui non sarebbe espressione della nostra libertà; e senza libertà è impossibile l’amore. Il Signore vuole il nostro sì libero. Quando glielo diciamo, a volte nella gioia e a volte tra le lacrime, la nostra vita si trasforma: è quella di una persona che si sa amata, che si sa sostenuta e accompagnata.
Ogni persona, quando viene coinvolta in un’esperienza di amore intenso e vero, cambia il proprio modo di vivere e la propria percezione dell’esistenza: è come se avesse le ali ai piedi e il cuore reso leggero da una presenza misteriosa e viva. E’ come l’uomo del Vangelo, che ha trovato la perla preziosa; o quello che ha trovato il tesoro: vende tutto, pur di avere quel tesoro prezioso. Non sta a pensare al valore di ciò che perde. Ha occhi e cuore solo per il tesoro, che diviene la sua ricchezza e il senso della sua vita.
La familiarità costante e profonda con il Vangelo permette di scoprire, ravvivare, custodire il senso della preziosità del tesoro.

Pedofilia e Chiesa cattolica

Posted in Senza categoria on 1 maggio 2010 by carlonline

Ho trovato questo articolo molto interessante, e voglio condividerlo con voi. Personalmente ritengo un abominio intollerabile la pedofilia, specialmente se perpetrato da figure che, per il ruolo che ricoprono, tendono a carpire più facilmente la fiducia dei bambini. Il parere di questa psicologa, però, mi ha aiutato a vederli un po’ meno come dei “turpi mostri” o “orchi” (come spesso li si definisce nel linguaggio popolare), e un po’ di più come persone malate, che meritano anche un po’ di comprensione e, soprattutto, di compassione.

La situazione in cui si trova oggi la mia Chiesa mi rende triste e so di non essere la sola a sentirmi oppressa da questo sentimento. Di fronte ad alcuni recenti o recentissimi comportamenti del Vatica-no, molti cattolici sono smarriti, disorientati: non ne condividono alcune reazioni di autodifesa e di arroccamento, di fronte a scandali dei quali non si sospettava la gravità. Il turbamento spinge non pochi a staccarsi dalla vita comunitaria. Siamo di fronte a una specie di scisma silenzioso e doloroso, non solo per le sue conseguenze ma anche perché nasce da una penosa sofferenza di persone che si sforzano di seguire il Vangelo.
L’esplosione del caso dei sacerdoti pedofili ha una parte notevolissima in questo disagio ecclesiale; ed io sento il dovere di riflettere su quanto sta accadendo, come cristiana e come psicologa che nella sua attività terapeutica ha avuto a che fare, dolorosamente, con la pedofilia.
Credo che, innanzi tutto, non si debbano dimenticare i risvolti più propriamente ecclesiologici della vicenda. È evidente che essi hanno avuto un ruolo fondamentale nei confronti della gestione pubbli-ca del «caso». Ora, se la Chiesa viene concepita soltanto come «santa», con un «santo padre» che la guida e quindi come modello di perfezione da proporre ai fedeli, è comprensibile che si sia cercato di tenere nascosti comportamenti di singoli membri non all’altezza di tale modello. É lo stesso com-portamento che hanno, lodevolmente, i genitori quando evitano di scaricare sui figli piccoli i loro problemi, che, se gravi, i loro bambini non sarebbero in grado di reggere senza sentirsene devastati.

Ma la Chiesa come si pone nei confronti dei suoi fedeli? Li considera adulti o minori? Se li considera minori, può avere senso, dal punto di vista di chi la guida, difendere la santità di tutti i suoi membri. Se invece la Chiesa considera i fedeli persone mature, non teme di perdere una posizione idealizzata, non teme di presentarsi come realmente è: un insieme di persone peccatrici, che rimangono tali anche che se raggruppate intorno alla figura del Cristo. I Padri della Chiesa parlavano di una comunità «casta et meretrix».
A queste due posizioni corrispondono le due diverse reazioni che si sono avute nella Chiesa quando è scoppiato il caso dei preti pedofili. Alcune autorità ecclesiastiche hanno trovato necessario coprirlo, altre hanno pensato necessario affrontarlo pubblicamente, fino ad ammettere che il sacerdote a-busatore andava, per la sua pericolosità sociale, giudicato non solo da tribunali interni all’istituzione ma anche da quelli dello stato.
Poiché l’intervento del Papa fissa ora l’assoluta necessità di un mutamento radicale nel comporta-mento dei vescovi, mi sembra importante, a questo punto, porre alcuni fondamentali interrogativi.

Chi è il pedofilo?
Il pedofilo non è un mostro, è piuttosto lui stesso una vittima: è una persona che nella sua prima in-fanzia non ha ricevuto cure amorevoli dai genitori, i quali, per  ragioni diverse, non sono stati in grado di rispondere ai bisogni del proprio piccolo/piccola nei suoi aspetti di base. Sono quei bisogni che ogni madre riconosce nel neonato accudendolo. La non risposta a tali bisogni primari produce conseguenze gravissime nella vita adulta. Solo, infatti, se c’è stato un «buon ambiente» creato da una madre non perfetta ma «sufficientemente buona», il neonato può iniziare la tappa fondamentale del suo sviluppo, quella che lo psicoanalista Eugenio Gaddini ha definito «organizzazione mentale di base». Tutto quello che succede poi nello sviluppo è importante, ma questa organizzazione ha la stessa importanza delle fondamenta per una casa. Alla nascita il neonato è fisiologicamente assem-blato (ciò avviene nella vita fetale), ma psichicamente è ancora costituito da parti sconnesse che de-vono essere organizzate, integrate, dall’amore di una persona che si prende cura di lui.
Qualche volta (non sempre) il futuro pedofilo ha subito nell’infanzia anche qualcosa di peggio: una violenza sessuale. Se alla mancanza di un buon ambiente, già da sola premessa di una psicosi, si ag-giunge questa terribile esperienza, si può capire come alla sua struttura psichica sia stato impedito di costruirsi.
Ecclesiastici autorevoli, purtroppo digiuni di psicologia, hanno messo in connessione la pedofilia con l’omosessualità. Come s’è detto sopra, il pedofilo ha sofferenze strutturali di base che non hanno niente a che vedere con le problematiche di tipo omosessuale. Oltre a tutto, le statistiche ci dicono che il numero dei maschi pedofili è maggiore di quello delle donne, ma che tanto gli uni che le altre seducono bambini e bambine.

Che cosa cerca il pedofilo nel bambino?
Il pedofilo cerca nel bambino risposte a bisogni del Sé, a quei bisogni sensoriali di base, come l’es-sere toccato o l’essere guardato, che gli sono mancati nella sua infanzia. Inizia di solito il suo ap-proccio al bambino con l’esibizione dei propri genitali perché – come ritengono eminenti specialisti in questo campo – egli ha insicurezze relative alla propria identità di genere, un rapporto problematico con il proprio corpo, che richiede conferme soprattutto per quel che riguarda l’apparato sessuale e nel bambino cerca di suscitare ammirazione per i propri attributi, ammirazione non altrettanto facile da suscitare in un adulto.
Poi inizia con il bambino un «gioco di carezze», che lo fa sentire, con un processo di identificazione, il bambino accarezzato. Ma poiché il pedofilo è un adulto, l’eccitazione suscitata da tali preliminari, sfocia facilmente in atti sessuali veri e propri, che talvolta esplodono con inaudita violenza.
Data la fragilità del suo Io, il pedofilo è incapace di tenerezza, un sentimento che si può sviluppare solo quando l’Io è in grado di controllare le proprie pulsioni. Inoltre, proprio per le sue carenze di sviluppo, ha un ridotto senso di realtà, che non gli permette di rendersi conto, non solo di quello che sta facendo, ma anche di quello che prova il bambino che subisce le sue seduzioni: è mancante di capacità empatica.

Che conseguenze ha per il bambino essere abusato?
Le violenze che il bambino subisce hanno conseguenze diverse in base al rapporto affettivo che il bambino ha con l’abusante, al grado della loro brutalità e sono tanto più gravi quanto più è piccolo l’abusato. Le violenze subite in tenera età da parte di familiari, producono danni talvolta irreparabili anche da una buona terapia del profondo e comunque rimangono sempre come tracce indelebili.
Se le violenze fatte su bambini piccoli impediscono il consolidarsi della organizzazione mentale di base, anche le violenze fatte su bambini più grandi – quelle generalmente subite da figure genitoriali come i sacerdoti – non  sono prive di gravi conseguenze: nel primo caso, viene interrotto il processo integrativo, nel secondo caso avviene un processo disintegrativo, simile all’effetto di una bomba. Questo tipo di violenza colpisce tanto più gravemente in quanto il bambino si affida fiduciosamente a tali figure, e in modo inerme, senza quindi attivare lo schermo difensivo abitualmente messo in atto di fronte a una persona che non conosce.

Perché alcuni potenziali pedofili scelgono lo stato clericale?
Come nella pianta, già nel seme c’è la spinta verso il progetto genetico che essa deve realizzare, così in ogni uomo c’è la spinta verso il compimento del proprio sviluppo. Chi è cresciuto nella condizione tragica descritta cerca intorno a sé un ambiente protettivo che lo aiuti in questo percorso. Ora ambienti costituiti da persone che si occupino di chi è in sofferenza psichica non sono facili da tro-vare, in una società come la nostra, in cui lo Stato sembra spesso indifferente ai problemi dei citta-dini che si trovano in quelle condizioni. In mancanza di strutture adeguate, l’ambiente clericale può essere allora sentito come particolarmente protettivo.
La scelta celibataria sacerdotale del pedofilo può anche dipendere dal fatto che il matrimonio gli appare poco desiderabile, se i suoi hanno avuto una esperienza fallimentare. In questo caso egli teme di essere inadeguato a vivere ogni tipo di relazione, e in modo particolare la relazione sessuata di coppia, proprio come sono stati inadeguati i suoi genitori. Il potenziale pedofilo, essendo una per-sona fragile, si sente minacciato e a rischio di disgregazione del Sé, in modo più o meno consapevo-le, tanto dalla propria libido che non riesce a gestire come vorrebbe, quanto dalla propria aggressivi-tà, e queste due componenti sono costitutive di qualsiasi rapporto.

Come mai non ci si è accorti della pedofilia di un candidato al sacerdozio?
La gente si chiede come sia possibile che chi si è dedicato alla formazione di un candidato al sacer-dozio non si sia accorto della sua patologia. E come mai più tardi i suoi superiori non si siano resi conto della gravità e della pericolosità dei suoi comportamenti. Le risposte non sono facili. La prima causa sembra quella dell’ignoranza. Ignorare vuol dire non capire, e si può non capire tanto per ignoranza psicologica dei processi di sviluppo, quanto perché i propri problemi fanno velo alla comprensione. In ogni caso valutare la sanità psicologica di una persona è molto difficile: anche pa-tologie molto gravi rimangono spesso nascoste in una parte scissa della personalità, (il cosiddetto «falso Sé») e sfuggono persino a valutatori sperimentati. Consapevoli di ciò, alcuni ordini religiosi affiancano all’esame vocazionale dei candidati test, che sono ormai ritenuti dagli psicologi strumenti validi di conoscenza e di svelamento del non detto.
Qualcuno ha messo in relazione il celibato con la pedofilia; questo non è vero in modo diretto, però occorre fare alcune considerazioni in proposito. Sulla valutazione dei candidati al sacerdozio pesa anche, in maniera più o meno consapevole, la preoccupazione dei vescovi per la crescente secola-rizzazione della nostra società. Le candidature sacerdotali sono diminuite di numero e le esigenze pastorali influiscono certamente su una minore severità di giudizio dei candidati. La diminuzione del numero delle vocazioni potrebbe anche avere a che fare con la sessualità e la repressione della sessualità e viceversa.
L’abbandono della vita sacerdotale avviene spesso, non sempre, perché nel cammino dello sviluppo l’individuo scopre il valore della sessualità. Siccome, quindi, il desiderio di vivere la propria sessua-lità è una minaccia di abbandono della vita consacrata, la sessualità viene sentita dall’istituzione come temibile e quindi da reprimere, con i risultati negativi di cui s’è detto. Con ciò non si vuol af-fermare che il celibato non possa essere vissuto in modo esemplare da persone mature in grado di sublimare le loro pulsioni sessuali.
Freud, ingiustamente considerato da molti cattolici un pericoloso sessuomane, aveva teorizzato che una persona normale possa sublimare le pulsioni. Sublimare, secondo lui, significa «deviare la pul-sione sessuale verso una nuova meta non sessuale tendente verso oggetti socialmente valorizzati». Se la sublimazione riesce, il celibato non solo è vissuto bene, ma è una condizione auspicabile, quando un sacerdote si impegna a dare vita a uomini e donne che vivono in ambienti di miseria disumana, impegno quasi impossibile da sostenere in coppia. Il privilegio di avere conosciuto persone del genere mi ha aiutato a non abbandonare la fede.
Ma perché la sessualità arrivi al livello elevato della sublimazione occorre innanzi tutto che il sog-getto abbia ricevuto inizialmente una buona strutturazione di base – altrimenti la sessualità può e-rompere in forme perverse in momenti inaspettati della vita – e deve anche non essere rigidamente repressa.
Abbiamo scritto sopra che la persona che ha avuto difficoltà di base è portato istintivamente verso ambienti ecclesiastici; dobbiamo aggiungere che anche se spesso trova in tali ambienti persone ma-ture e generose, esse sono in grado di aiutarlo ma non di risolvere i suoi problemi più gravi. In altri casi può accadere invece che sia proprio la non maturità del superiore a non fargli riconoscere la gravità della patologia del candidato. In altri casi, inoltre, può accadere che la non maturità del for-matore lo possa portare inconsciamente a sentire che il candidato, proprio perché è fragile, può essere facilmente sottomesso e dunque non porrà particolari problemi dal punto di vista disciplinare.
É capitato non infrequentemente che si ritenga, magari in buona fede, che la grazia di Dio possa guarire anche le situazioni più difficili. Qualche volta questa buona fede si accompagna a una buona dose di presunzione sulle proprie forze taumaturgiche, a ignoranza e a diffidenza verso le terapie psicoanalitiche.

Le misure adottate quando ci si è resi conto della pedofilia di un sacerdote sono state adeguate?
Nella nuova consapevolezza che l’istituzione ecclesiastica mostra nei confronti del dramma della pedofilia nella Chiesa e degli errori commessi da quei superiori che non hanno agito immediatamente nei confronti del sacerdote, considerando magari utile il semplice spostamento in un altro ambito, appare di evidente importanza la necessità di aggiornare le norme di prevenzione e di punizione in questa materia. Sembra ovvio che debba essere reso più cogente l’obbligo per i superiori, anche i più renitenti, a non considerare più tali eventi come «cosa loro», in modo che il pedofilo sia sottoposto a un processo giudiziario amministrativo e penale anche in quegli stati in cui la denuncia non è obbligatoria: il pedofilo ha commesso atti che non riguardano lui solo, e un solo ambiente, ma che lo rende pericoloso per l’intera società. Non potrà mai svolgere una funzione sacerdotale.
É da augurarsi che in questo aggiornamento si consideri la questione anche dal punto di vista psico-logico. Si ha l’impressione, dai giudizi espressi da ecclesiastici autorevoli, che il pedofilo sia consi-derato soprattutto da un punto di vista morale, come un grave peccatore che ha commesso atti «i-gnominiosi» dei quali può pentirsi e riscattarsi. Ma per fare un peccato non occorre avere la piena consapevolezza di quello che si sta facendo? Non è facile per uno psicoterapeuta che ha avuto a che fare con la pedofilia trasmettere ai non addetti ai lavori la gravità degli esiti di un abuso su un bam-bino. Ma è ancora più difficile fare capire, soprattutto ha chi ha responsabilità nei suoi riguardi e diffida magari della psicologia, che il pedofilo è un malato grave, con un Io talmente poco coeso, da arrivare talvolta a non essere consapevole di quello che fa o ha fatto. Solo un Io integro è in grado di esprimere veri atti di contrizione e di penitenza. Il pedofilo non può arrivare alla possibilità di chiedere perdono e soprattutto non è in grado di cambiare i suoi comportamenti dopo che ha fatto un atto di contrizione. Vista in questa ottica, perde molto valore la considerazione della maggiore o minore gravità degli atti compiuti che possono richiedere un richiamo, un ammonimento e solo in casi estremi la riduzione allo stato laicale. Inoltre come si può essere sicuri che un atto considerato «poco grave», dato che appare soltanto come un preliminare sessuale non scatenerà in altre occasioni imprevedibili una violenza distruttiva?

P Clotilde Buraggi Masina (“Parole in libertà”, rubrica “Articoli”, http://www.grillonews.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=3187)

Di cuore…

Posted in Senza categoria on 23 dicembre 2009 by carlonline