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Omaggio a Chico

Posted in Notizie e politica on 8 giugno 2010 by carlonline

Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Era poco prima di cena, il 22 dicembre 1988, Chico Mendes, uscendo nella veranda sul retro della sua casa di Xapuri, nello stato dell’Acre, fu colpito al torace da una pallottola calibro 22. Aveva da pochi giorni compiuto quarantaquattro anni. Una morte annunciata che, in breve, fece il giro del mondo, poco prima di Natale. Ma chi era Chico Mendes?

Chico Mendes: «L’albero cadendo ha sparso i suoi semi»

(di Francesco Lauria)

Chico Mendes era un uomo della foresta, figlio di un seringuero, e seringuero egli stesso, raccoglitore di lattice dall’albero della gomma, fin dall’età di nove anni. Nella foresta non vi erano scuole: Chico aveva imparato a leggere e scrivere grazie a un intellettuale rifugiato, Euclides Tàvora, che era sfuggito alla dittatura. Mendes è anche l’uomo, poi diventato un personaggio internazionale, simbolo del “progresso senza distruzione dell’ambiente”, il mito di una militanza nata nelle comunità di base e poi cresciuta nel sindacato (la Cut, “Central ùnica dos trabalhadores”) e nel partito (il Pt, “Partido dos trabalhadores”), che si alimentava dall’assunto che le idee sono importanti, ma producono risultati solo se «elaborate e vissute insieme agli altri».

Fin dal 1975, Chico Mendes aveva organizzato un sindacato di lavoratori rurali per la difesa dalle violente intimidazioni e dalla occupazioni della terra praticate dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e togliendo ai lavoratori i loro mezzi di sostentamento. Mendes organizzò numerosi gruppi di lavoratori rurali per formare blocchi umani nonviolenti intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione e presto si attirò la collera dei costruttori e degli estrattori minerari, abituati a risolvere gli intoppi sia grazie a politici corrotti sia assoldando pistoleri per eliminare gli ostacoli umani. Queste azioni di contrasto salvarono effettivamente migliaia di ettari di foresta, dichiarati reservas extrativistas dove i lavoratori rurali poterono continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.

Quando fu ucciso, Mendes era divenuto da alcuni anni un testimone internazionalmente riconosciuto della lotta per la salvaguardia della foresta amazzonica, la promozione dei diritti sindacali e la concezione di un diverso modello di sviluppo.

Su Mendes è recentemente uscito un libro preziosissimo di Gianni Alioti[1], responsabile dell’Ufficio internazionale della Fim-Cisl. Lo si comprende subito dalla prefazione di Marina Silva, che da seringuera è divenuta, tra il 2003 e il 2008, ministro dell’Ambiente del governo Lula, e che racconta di aver conosciuto Mendes nel 1977. Come scrive la Silva, l’idea del socio-ambientalismo deve molto a Chico Mendes e alla sua capacità di trascendere la propria realtà, capendo profondamente il collegamento tra quello che accadeva nei territori amazzonici minacciati e il fermento dell’ambientalismo sul piano globale.

Il libro di Alioti riporta l’inedita traduzione italiana di un’intervista a Chico Mendes registrata durante il III congresso della Cut, svoltosi nel settembre del 1988. Il testo è di un’attualità sconvolgente e si approfondisce il tema del ruolo delle popolazioni indigene. L’aspetto cruciale dell’alleanza tra seringueros e indios è affrontato con grande lucidità così come l’idea di strutturare un sindacato a rete che spesso viene definito «l’alleanza». Non manca, nell’analisi di Mendes, il ruolo importante ricoperto nella battaglia ecologica nel sindacato dalle donne, oltre che dallo sviluppo del movimento cooperativo tra i seringueros. Peculiare, poi, l’esperienza di alfabetizzazione dei lavoratori che camminava di pari passo con la costruzione di consapevolezza dei diritti, con un cammino collettivo di lotta e di coscienza ecologica. Mendes racconta anche di una particolare tecnica nonviolenta, la trincheira: un cordone di uomini e donne che si davano la mano intorno all’area che stava per essere disboscata per impedire l’attività e gli accampamenti degli addetti al taglio degli alberi. Il senso politico dell’intervista è forse soprattutto nell’impegno di Mendes a costruire una compatibilità tra attività estrattiva e difesa della foresta, la chiave del successo e della concretezza delle lotte del sindacato da lui guidato.

Il libro però non si ferma qui: Alioti non si limita a una biografia di questo eccezionale testimone che con il suo sacrificio ha permesso un salto di qualità nella mobilitazione e nella visibilità dell’azione a difesa del patrimonio ambientale brasiliano e di tutta l’umanità, ma dedica una corposa seconda sezione allo stato attuale dell’Amazzonia. Un tema importante che, vista la presenza di molti compagni di Mendes alla guida dello Stato brasiliano, appare anche scomodo.

Una delle doti fondamentali di Mendes – scrive Alioti – fu questa intuizione: la capacità di reinterpretare il conflitto sociale non attraverso una visione meccanicistica, ma superando il concetto di “classe” senza per questo rinunciare alla dimensione “rivoluzionaria” che si concretizzava, precorrendo enormemente i tempi, nell’articolare insieme il sindacalismo rurale con l’ecologismo.

Rimane il tema di fondo: la deforestazione dell’Amazzonia, in questi venti anni che ci separano dall’assassinio di Chico Mendes, è continuata, pur non sempre con andamento uniforme, come altalenante è stata la presa di coscienza collettiva e la mobilitazione in difesa dell’ecosistema più importante per il futuro dell’intero pianeta. Dentro e fuori dal Brasile. L’economia predatoria guidata dagli interessi di numerose e diversificate multinazionali, la diffusione dei biocarburanti e degli organismi transgenici, le attività estrattive e minerarie senza freni oltre alla continua e annientatrice pressione sulle popolazioni indigene ci consegnano una situazione estremamente grave.

Il punto fondamentale che si riscontra nella sezione del libro di Alioti che ci aggiorna sulla situazione odierna della foresta amazzonica è che, se in una prima fase lo sfruttamento predatorio di risorse forestali (come il legname) e la destinazione dei terreni per allevare bovini o coltivare soia, può apparire un investimento economico, è ampiamente dimostrato che il saldo finale è un alto costo ambientale e sociale, mentre gli indicatori economici e di qualità della vita nelle regioni deforestate non sono certo migliori di quelle in cui la foresta è stata preservata.

Uno dei fattori scatenanti la deforestazione permane certamente la presenza di ricchissimi giacimenti minerari: si pensi ai giacimenti di ferro nella regione di Belem nella quale si trova anche una delle poche linee ferroviarie del Brasile e dove si sta attuando, favorito dalla privatizzazione delle miniere, un vero e proprio saccheggio ambientale[2].

Alioti ci ricorda che nel febbraio 1989, due mesi dopo l’uccisione di Chico Mendes, si materializzò il sogno di un’alleanza in Amazzonia di tutti i popoli della foresta, seguendo l’esempio di Mendes nell’Acre che aveva saputo formare e salvaguardare l’alleanza tra indios, seringueros, passeiros (i “senza terra”) ed altri popoli. Un’alleanza che, anche di fronte alle incertezze della politica e della società civile, è stata rilanciata nel settembre del 2007 con un grande incontro a Brasilia che ha sfidato il governo con la costruzione di un’agende alternativa insieme di preservazione degli ecosistemi e di riduzione della povertà tra i popoli tradizionali.

Le contraddizioni interne al governo Lula hanno però portato, nel marzo 2008, alle dimissioni di Marina Silva da ministro dell’Ambiente e la stessa Silva, nel mese di agosto 2009, ha lasciato anche il Pt, preludio ad una sua possibile candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma, al di là delle indubbie difficoltà, oggi l’intuizione di Mendes, in un contesto che non può prescindere da meccanismi di compensazione internazionali in coerenza con il trattato di Kyoto, appare più centrale che mai.

Per rovesciare il paradigma dello sviluppo incentrato solo sui beni di consumo e su logiche predatorie, bisogna, scrive Alioti nel testo, «trovare la maniera per quantificare e valorizzare economicamente i servizi ambientali delle foreste, tra cui quella amazzonica, sia per conservarle, sia per riconoscere una funzione sociale ed ecologica alle popolazioni che ci vivono, senza depredarle».

Scrive la figlia di Mendes, Elenira, nella postfazione al libro: «Dal profondo del mio cuore, il migliore regalo che il Brasile possa fare alla memoria di mio padre è diminuire la deforestazione dell’Amazzonia. La mia più grande allegria sarebbe sapere, un giorno, che l’Amazzonia ha raggiunto il tanto sognato grado della deforestazione zero. So che è solo un sogno, ma non smetterò mai di sognare perché è questo che mio padre mi ha insegnato. È stato per questo che mio padre è vissuto e morto: trasformare la foresta in uno spazio, in un ambiente economicamente vitale e sostenibile; perché essa non fosse più distrutta».

È il messaggio di fondo di Chico Mendes, sindacalista, politico ambientalista, padre. Di un uomo che, cadendo, «ha sparso il seme della speranza in ogni angolo del mondo».

Si consiglia l’ascolto delle seguenti canzoni:

Chico Mendes (Gang, dall’album Le radici e le ali – 1991);

Ricordati di Chico (I nomadi, dall’album Gente come noi – 1991).


[1] G. Alioti, Chico Mendes. Un sindacalista a difesa della natura, Edizioni Lavoro, Roma 2009, pp. 158.

[2] Si veda la campagna «Sui binari della giustizia» sul sito http://www.giovaniemissione.it

Si fa presto a dire: “Pace!”…

Posted in Notizie e politica on 7 giugno 2010 by carlonline

Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Percorsi evangelici di pace

(di Fabio Corazzina)

Negli anni Novanta del secolo scorso la Chiesa italiana ha proposto la trilogia Educare alla legalità (1991), Educare alla socialità (1995) e infine Educare alla pace (1998). Ci si chiedeva: «C’è uno scarto tragico fra la sincerità dell’invocazione (di pace) e la realtà della vita. Si fa la guerra affermando di avere in cuore la pace. In nome del proprio sogno si contrasta il sogno dell’altro e non gli si fa posto. Il conflitto è contrabbandato come il prezzo inevitabile da pagare per la quiete e l’ordine, spesso identificati con la vittoria e la tranquillità del più forte. E il sangue di Abele continua a gridare dai solchi della terra (Gen 4, 10). È allora spontaneo chiederci: perché questa contraddizione? Se la pace, sempre inseguita, sembra sempre sfuggire al possesso dell’uomo, non ci sarà nella stessa condizione umana qualcosa che impedisce il realizzarsi del sogno?» (Educare alla pace nn. 1-2).

È del 2004 la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa con un ampio capitolo dedicato alla pace. La poco conosciuta trattazione fa sintesi del magistero sociale della Chiesa cattolica e propone un lavoro comune per il riconoscimento del «diritto alla pace» che favorisca «la costruzione di una società all’interno della quale ai rapporti di forza subentrano rapporti di collaborazione, in vista del bene comune» (n. 518); diritto non ancora nell’agenda degli Stati nazionali e degli organismi internazionali.

Dall’inizio del terzo millennio ci aspettavamo qualcosa di meglio. Per lo meno il secolo breve dell’odio e della guerra speravamo potesse essere semplicemente materia di storia contemporanea, sostituito dal secolo della pace. E invece… «nel terzo millennio perdura l’abitudine di rubare, cioè di perpetuare comportamenti ingiusti nei confronti del bene e dei beni altrui, del bene e dei beni di tutti… perdura l’abitudine di mentire, cioè di parlare e operare non secondo verità ma secondo convenienza… perdura l’abitudine di dimenticare o di negare i poveri, la civiltà della ricchezza non può sopportare una convivenza sgradevole… perdura l’abitudine di uccidere, cioè di non rispettare la vita o di considerarla come una variabile dipendente da altri valori ritenuti superiori: la guerra, in tutte le sue espressioni, è la struttura che rivela il massimo di devastazione umana»[1]. In questo perdurare le comunità cristiane si affannano a sopravvivere, si vendono alla paura e dimenticano il testimoniare.

Il desiderio umano di pace rivendica quindi alcune scelte e gesti coerenti anche da parte delle chiese. Scelte e gesti nei quali sia possibile riconoscere germi di futuro e di speranza. Proviamo a evidenziarne alcuni.

Il rifiuto della logica delle armi e del riarmo

Dire armi significa dire produzione, commercio, finanza armata, uso, guerra, criminalità, difesa violenta, mafia, paura, sopruso, corsa al riarmo, bambini soldato, ferite, morte, controllo sociale, eserciti. Non è sufficiente mascherare questo fenomeno con la logica degli interventi umanitari, con la scusa della protezione dei deboli, con la legittimità della difesa armata. Come comunità cristiane, parrocchie, chiese non ci è più permesso benedire, approvare, sostenere, giustificare la logica delle armi e del riarmo, troppo spesso recanti il marchio di fabbriche italiane, in cui tranquillamente lavorano operai, dirigenti, ricercatori e tecnici cristiani.

In fondo è il Vangelo che ce lo chiede. Fondamentale in tal senso è il messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti al seminario sul disarmo promosso dal pontificio Consiglio della giustizia e della pace (11-12 aprile 2008): «In questo vostro seminario voi riflettete su tre elementi tra loro interdipendenti: il disarmo, lo sviluppo e la pace… il disarmo non interessa solo gli armamenti degli Stati, ma coinvolge ogni uomo, chiamato a disarmare il proprio cuore e ad essere dappertutto operatore di pace… resta sempre valido il magistero del beato papa Giovanni XXIII, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo di un disarmo integrale… non bisogna trascurare l’effetto che gli armamenti producono sullo stato d’animo e sul comportamento dell’uomo. Le armi infatti tendono ad alimentare a loro volta la violenza… è giunto allora il momento di cambiare il corso della storia, di recuperare la fiducia, di coltivare il dialogo, di alimentare la solidarietà».

La scelta della nonviolenza evangelica

Come linguaggio, progetto sociale e politico, testimonianza e primizia del Regno di Dio. È strano il fatto che nelle nostre comunità cristiane trovi maggiormente accoglienza la giustificazione della guerra e della violenza, della legittima difesa armata e della ingerenza umanitaria con gli eserciti piuttosto che la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di amore che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile che lo stesso Gesù ha inaugurato. Il cristiano nonviolento non distoglie il volto dalla brutalità dell’oppressione, ma nemmeno si fa trascinare nella logica che lo vuole “nemico” perché altri lo hanno definito come tale. Resta un mistero ed uno scandalo il motivo per cui la Chiesa cattolica non si definisca evangelicamente e nei comportamenti come nonviolenta. Forse teme di pagare un prezzo troppo alto di fronte a poteri politici ed economici che hanno altri fini e obiettivi. Benedetto XVI in più occasioni affronta il tema della nonviolenza evangelica. Commentando le beatitudini nell’Angelus del 18 febbraio 2007, afferma: «Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (Lc 6, 29) – ma nel rispondere al male con il bene (Rm 12, 17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico… Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita».

L’obiezione di coscienza a tutto ciò che calpesta la vita

Inutile nascondere che l’obiezione di coscienza è invocata nelle nostre comunità cristiane solo in riferimento a questioni di bioetica, e rivolta a medici o a farmacisti. Che l’economia uccida, che la politica uccida, che l’industria uccida, che l’informazione uccida, che l’educazione uccida, che certa legalità uccida, che la religione uccida per noi è irrilevante. Credo che pochi ordini del giorno dei nostri Consigli pastorali presbiterali abbiano indicato la questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare volontario, alla produzione e commercio di armi, al sostegno di politiche immigratorie omicide, alla approvazione di leggi inique, alle alleanze trono-altare che rilanciano lo scontro di civiltà come criterio di lettura del tempo presente. In tal senso ci rendiamo conto che non è più sufficiente semplicemente sostenere la scelta del servizio civile.

Benedetto XVI oltre al richiamo a una obiezione di coscienza per medici, farmacisti, ricercatori in merito a questioni di bioetica interviene anche sull’obiezione di coscienza al servizio militare: «… è la via indicata da Gesù: Lui – che è il Re dell’universo – non è venuto a portare la pace nel mondo con un esercito, ma attraverso il rifiuto della violenza. Lo disse esplicitamente a Pietro, nell’orto degli Ulivi: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” (Mt 26, 52); e poi a Ponzio Pilato: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18, 36). È la via che hanno seguito e seguono non solo i discepoli di Cristo, ma tanti uomini e donne di buona volontà, testimoni coraggiosi della forza della nonviolenza»[2].

Una liturgia che dà vita e non chiede ulteriori sacrifici

I testi liturgici e il nostro modo di celebrare Dio troppo spesso contengono termini sacrificali. Ci si è abituati, nella preghiera, a contemplare la necessità del sacrificio come generatrice di futuro e salvezza. Che Cristo ci abbia detto: «non voglio più sacrifici ma solo misericordia, giustizia, amore, riconciliazione» non è che ci conforti molto. Molto più congeniale alle nostre comunità è la logica pagana (vorrei dire leghista o mafiosa) che qualcuno deve morire per il popolo, e chi deve morire lo decidono i potenti di turno, non certo gli ultimi e gli esclusi.

Benedetto XVI nell’Angelus dell’8 giugno 2008 commenta il passo del profeta Osea «Voglio amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più che gli olocausti» (6, 6): «In questo oracolo di Osea Gesù, il Verbo fatto uomo, si è, per così dire, “ritrovato” pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti». La pace infatti «incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può garantire, per così dire, la “profondità” del volto dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano… La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. È una sorta di “risonanza”: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore» (Benedetto XVI, omelia per la Giornata della pace 2010).

La riconciliazione come stile e impegno

Non solo la società secolarizzata, ma anche le nostre comunità cristiane sono sempre più divise, incapaci di dialogo, accusatorie, «l’una contro l’altra armate». Scegliere la pace significa fare ogni sforzo per riuscire a essere artigiani di pace e di riconciliazione, facilitatori di incontro, generatori di dialogo, tessitori di perdono. Se è ormai consolidata l’idea che ogni parrocchia abbia al proprio interno la Caritas attenta alle povertà del territorio e alle politiche sociali oppure un gruppo di catechisti, è sempre più urgente che ogni parrocchia si attrezzi di un “gruppo di verità e di riconciliazione” capace di ricucire le fratture senza che il prezzo sia quello dell’avvocato, dei giudici di pace o dei tribunali penali e delle liti infinite.

L’ultimo sinodo della Chiesa africana dal tema «Riconciliazione, giustizia e pace» in una proposizione finale indica: «Invitiamo tutti a lasciarsi riconciliare con Dio. È questo che apre la via alla riconciliazione vera fra persone. È questo che può spezzare il circolo vizioso dell’offesa, della vendetta e del contrattacco. In tutto questo, la virtù del perdono è cruciale, anche prima di qualsiasi ammissione di colpa. Quelli che dicono che il perdono non funziona, dovrebbero provare a vendicarsi e vedere cosa succede. Il vero perdono promuove la giustizia del pentimento e della riparazione, che conducono a una pace che va alle radici del conflitto e che fanno di quanti erano vittime e nemici, degli amici, fratelli e sorelle».

Benedetto XVI il 25 ottobre 2009 nell’omelia per la chiusura del Sinodo conferma: «L’urgente azione evangelizzatrice, di cui molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali». Ciò che vale per la Chiesa africana è urgenza per la Chiesa europea e italiana.

Un rapporto evangelico con il denaro

Con troppa facilità gestiamo le nostre economie senza criterio. Abbiamo soldi in banche armate o che sostengono il commercio di armi, investiamo in fondi immorali e omicidi, accettiamo contributi da tutti convinti che noi possiamo “lavare e purificare” ogni cosa attraverso il bene che facciamo. Sottoscriviamo accordi e convenzioni che ci privilegiano e ci mettono in cattiva luce sul piano sociale e umano. Tacciamo su ciò che non funziona pur di poter sopravvivere, pieni di timori più che di parresia. Laici e sacerdoti, gruppi e associazioni cristiane dovranno pur domandarsi cosa significa essere Chiesa “povera e libera”.

Benedetto XVI nell’omelia a Brescia lo scorso 8 novembre 2009 cita Paolo VI: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo». Povera, cioè libera.

Quando la Chiesa dipende economicamente dai potenti di turno corre il rischio di perdere coraggio. La campagna banche armate che si è poi sviluppata in campagna parrocchie disarmate vuole far riflettere sul rapporto fra finanza, riarmo e violenza. Resta molta strada da fare.

La giustizia e la gratuità prima della solidarietà e della sussidiarietà

In effetti siamo più abituati a vivere la solidarietà (vedi la quantità incredibile di gruppi, movimenti, onlus, parrocchie, oratori, patronati… che fanno cooperazione internazionale o interventi solidali sul territorio) e quindi a rivendicare la sussidiarietà (ci pensiamo noi, dateci spazio e fondi) piuttosto che accettare la sfida della giustizia e della gratuità. Chiede coraggio politico, intelligenza sociale e progettuale e scelta del bene comune nonché della priorità dei poveri rispetto ai “nostri” interessi, fossero pure di territorio o di chiesa.

È Benedetto XVI che ricorda: «La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica»[3]. È questa l’economia che non uccide.

In conclusione

Un dibattito così ricco e ampio invita ad aprire un approfondimento e individuare scelte concrete e comunitarie su molti capitoli:

la scelta nonviolenta come questione etica e spirituale: la nonviolenza è opzione evangelica?

l’obiezione di coscienza all’uso, alla produzione, al commercio delle armi è ancora valida e appoggiata dalla Chiesa cattolica?

anni fa il principio di deterrenza era accettato dall’etica cattolica, poi sconfessato perché usato per il riarmo e non per il disarmo. Oggi non dovremmo mettere in discussione anche il “principio di sufficienza” per lo stesso motivo?

la confusione, voluta e progettata, fra militare, umanitario, cooperazione, missioni di pace e guerra è pericolosissima. Se vogliamo l’esercito chiariamone il ruolo, limitato e ben definito. Perché non creare altre agenzie e strutture adeguate?

la proposta della riconversione dell’industria militare e bellica come via etica e responsabilità politica ed economica è sostenuta dalle nostre comunità?

i corpi civili di pace possono essere via decisiva per la realizzazione del diritto umanitario di pace?

la legittima difesa giustifica il riarmo personale e di un popolo?

la protezione del debole può essere raggiunta senza usare sistemi e mezzi violenti?

è eticamente sostenibile il disarmo unilaterale in questo momento?

vale ancora il «Tu non uccidere» senza se e senza ma?

Alla Chiesa è chiesto di superare l’atteggiamento di “primogenitura” di Caino che rivendica per se stesso un pericoloso “esser primo”. Primogenitura che si esprime in una serie di complessi che mettono in croce natura e umanità e non danno pace: complesso di orgoglio nei confronti di se stessi, complesso di superiorità nei confronti del prossimo, complesso di sottomissione della natura, complesso di dominio nei confronti dei popoli. Ultimi, ci dice Gesù. Capaci di incontro e dialogo con tutti in atteggiamento di “compagnia”, coscienti che la Chiesa non esiste per sé e per tutelarsi, ma per annunciare e testimoniare il vangelo a ogni creatura. Costruire un mondo nuovo significa quindi porre attenzione alle truffe edilizie troppo frequenti. Si mette più sabbia che cemento nell’impasto e tanti edifici dopo un po’ di anni cominciano a sfaldarsi… Non possiamo continuare a parlare di pace in tutte le salse, preghiere, incontri e non metterci il collante della nonviolenza evangelica. Si sfalda tutto, e la storia continua a mostrarcelo.

«Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi, o non si tenga abbastanza conto, dell’orrendo costo della guerra e della violenza, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo con essa difendere»[4]


[1] Intervento di don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, al 29° convegno nazionale delle Caritas diocesane, Orosei, 19 giugno 2003.

[2] Benedetto XVI ai giovani in servizio civile il 28 marzo 2009.

[3] Caritas in veritate, 36.

[4] P. Mazzolari, Tu non uccidere, San Paolo Edizioni, Milano 2003. Cfr. anche il discorso di Giovanni Paolo II a Drogheda, Irlanda, il 29 settembre 1979 e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa n. 496.

Berlusconi è mio fratello!

Posted in Notizie e politica on 14 dicembre 2009 by carlonline

Sono contro la pena di morte vuol dire che sono contrario a mandare sulla sedia elettrica anche il giudice e il boia che avessero condannato a morte un innocente. Sono contro la violenza significa che rifiuto ogni forma di tortura o di aggressione fisica anche contro chi se ne macchia ogni giorno. Siamo tutti fratelli vuol dire nessuno escluso. Berlusconi è mio fratello significa che mi considero la sua guardia del corpo. Anche se “Il Giornale” di proprietà di suo fratello (di sangue) scrive che dietro la violenza subita dal premier “c’è una regia”. E accusa “Repubblica”, Di Pietro, tutta l’opposizione, Santoro, Fini, Casini, i “cattivi maestri”, e chi più ne ha più ne metta, di aver armato la mano di un folle. Naturalmente riscontro una violenza verbale nel “Giornale” della famiglia della vittima. Ma quelle righe, che considero ingiuste e false, non giustificheranno mai una sola riga di sangue sul volto del presidente del Consiglio. Tantomeno se lui o i suoi non ci considerassero mai un fratello. Non è un nostro problema. Sono sinceramente dispiaciuto che il presidente del Consiglio sia stato vittima di una violenza e gli auguro, con tutto il cuore, di tornare più in forma di prima. La mia solidarietà non è ipocrita. Sono fermamente convinto che Berlusconi sia un danno per questo Paese. Ma il suo sangue in piazza Duomo è un danno ancora più grave. Perché sospende la democrazia. Interrompe il dialogo, anche il più aspro. Impedisce il diritto civile di criticarlo in santa pace, anche da questo piccolissimo blog. Finché Silvio Berlusconi non sarà in pieno possesso delle sue capacità fisiche, in piedi e in gamba, io sarò berlusconiano. Che nessuno, sano o fuori di mente, si azzardi più a toccarlo. E che a nessuno, sano o fuori di mente, salti in testa d’impedire manifestazioni pubbliche, come ha vagheggiato ieri il ministro Gelmini. Ci sono i servizi d’ordine e c’è la polizia. Se non bastano, s’infoltiscano. No ai black bloc e no agli sfollagente. Berlusconi ha il diritto di governare e dire quel che vuole, noi di manifestare il nostro consenso o dissenso. “Adesso uccideteci tutti” gridavano le magliette dei ragazzi alla camorra. “Tirateci in faccia a tutti una statuina del Duomo”, è la maglietta di oggi.

(Diego Cugia, 14 dicembre 2009)



 

La forza (bruta) del branco

Posted in Notizie e politica on 17 novembre 2009 by carlonline

Solo in gruppo odiamo senza sentirci colpevoli

Nelle guerre i più pacifici possono diventare spietati

Tanto l’odio quanto l’amore posso­no essere prodotti collettivi. Ma più l’odio che l’amore. Nelle lotte politi­che e religiose la nostra aggressività viene alimentata e orientata dal grup­po. Noi troviamo odioso il nemico per­ché, senza rendercene conto, veniamo continuamente influenzati dai discorsi degli amici, dai giornali, dalla televisio­ne che guardiamo. E poiché non siamo in realtà noi individui a decidere, ma il gruppo che ci guida, ci sentiamo sem­pre dalla parte della ragione e diventia­mo aggressivi senza provare senso di colpa. Nelle guerre, nei movimenti col­lettivi, nelle rivoluzioni le persone più pacifiche possono diventare spietate. C’e anche un amore collettivo. E’ quello che proviamo per un attore, un cantante, un calciatore, un divo televi­sivo adorato e osannato da milioni di persone. Questo amore dipende in par­te dalla sua bravura, dal suo fascino, ma viene anche alimentato in noi dagli applausi, dagli elogi, dalla ammirazio­ne, dalla venerazione che i mezzi di co­municazione di massa gli creano attor­no. Noi ne siano influenzati, pervasi. Passiamo ora ai sentimenti che non sono rivolti a personaggi pubblici ma verso persone con cui abbiamo solo rap­porti personali. Incominciamo dall’ odio. Un padre francese ha inseguito per venticinque anni un medico tede­sco che gli aveva ucciso la figlia e recen­temente lo ha assicurato alla giustizia. Un esempio che ci colpisce proprio per­ché è raro. Infatti per tener vivo a lun­go l’odio devi riportarlo continuamente alla memoria. E’ difficile farlo da soli. Ci vuole chi lo riattiva, chi rinfocola il desiderio di vendetta. Se due nemici vanno a vivere in paesi diversi il ranco­re si attenua. I soldati nelle trincee, du­rante la tregua, fraternizzano col nemi­co, si scambiano le sigarette. Per evitar­lo il comando ordina di aprire il fuoco. Invece l’amore individuale è molto più autonomo. L’innamoramento non viene indirizzato dalla società, anzi spesso si contrappone all’ambiente so­ciale, alle sue regole, ai suoi rituali. I nostri amici possono darci tutti i consi­gli e tutti i suggerimenti che vogliono ma senza effetto. Noi ci innamoriamo proprio di chi è diverso, di chi ci mo­stra una strada originale. Con lui la­sciamo la vita abituale, dimentichiamo gli odi e gli amori di un tempo, voglia­mo cominciare una vita nuova. L’odio individuale guarda indietro, ci trattie­ne nel passato, l’amore ci spinge verso il futuro.

Francesco Alberoni, Corriere della Sera, lunedì 16 novembre 2009



“Povero Cristo!”

Posted in Notizie e politica on 5 novembre 2009 by carlonline

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che un crocifisso appeso sulla parete di un’aula scolastica costituisce «violazione alla libertà di religione degli alunni». Non solo. Perché, dicono i giudici di Strasburgo, minerebbe anche «la libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Ma davvero la presenza di un crocifisso “viola” una libertà fondamentale? Davvero la sola presenza del principale simbolo cristiano in una scuola può violentare l’educazione di un bambino, può impedirgli di crescere “spiritualmente autonomo”, può mettere in difficoltà una famiglia nel trasmettergli i suoi valori e le sue convinzioni? Ecco, questo è un esempio di come non dovrebbe essere intesa la laicità. La decisione della Corte – che parte dalla denuncia di una signora finlandese, abituata forse al luteranesimo freddo e spoglio della sua terra d’origine, e disturbata dall’arredamento della classe in cui, ad Abano Terme, aveva mandato a studiare i figli – solleva dubbi, di merito e di metodo.

Dubbi sul merito della decisione, perché è miope rispondere alle sfide di un mondo multietnico e multi religioso invocando, in forme più o meno morbide, l’ateismo di stato. La “laicità positiva”, che per primo ha codificato il presidente francese Sarkozy, non progetta un asettico mondo agnostico per legge, non nega la dimensione spirituale dell’uomo, non combatte la presenza delle religioni nello Stato. Piuttosto, ne riconosce l’importanza, ne sottolinea il ruolo attivo, ne auspica lo sviluppo e la convivenza. Senza considerare la fede un vecchio arnese messo dalla storia a intralciare le magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Senza neanche, questo va detto, cedere alle derive clericali, senza fare l’errore inverso di confondere religione e politica, senza cadere nel tranello di identificare la fede esclusivamente con le gerarchie che la custodiscono. Ma questo è un altro discorso.

La sentenza, si diceva, solleva dubbi sul metodo. Per un motivo semplice: perché la giurisprudenza, quando entra a gamba tesa in un dibattito che da decenni (ma diremmo da secoli) tocca i nodi più sensibili della convivenza, del rapporto fra Stato e Chiesa, dell’identità nazionale, rischia solo di fare danni. E ne fa ancora di più se, come in questo caso, la Corte che emana la sentenza è sovranazionale (in questo caso è espressione del Consiglio d’Europa che, attenzione, nulla ha a che fare con l’Unione europea…): al di là delle proprie convinzioni religiose (e l’Italia è un paese multireligioso), negare che la storia del nostro paese sia indissolubilmente intrecciata a quella del Cristianesimo, è sciocco. Ecco perché la lezione che arriva da Strasburgo non ci piace: non ha nulla a che vedere con la laicità e con la libertà, non è così che si garantisce il pluralismo religioso, non è così che si fanno crescere meglio i futuri italiani di qualunque religione siano (o non siano). Molto meglio il crocifisso che una parete spoglia, insomma.

Quando cade un mito…

Posted in Notizie e politica on 27 ottobre 2009 by carlonline

Ciao a tutti, mi è capitato oggi di leggere questo articolo, che mi ha letteralmente schoccato, e ho ritenuto buona cosa divulgarlo. Non nascondo un grande dolore, perchè associazioni quali “Amnesty International” hanno sempre avuto il mio sostegno. Ciascuno tragga le conclusioni che crede, il mio vuole solo essere un aiuto ad una informazione corretta e quanto più possibile aderente alla realtà.

Abortion International

Di Riccardo Cascioli (Il Timone, XI, settembre-ottobre 2009, pp. 12-13)

Polonia, Messico, Perù, Nicaragua: in pochi mesi Amnesty ha lanciato una offensiva su vasta scala per rendere obbligatorio l’aborto nei Paesi che ancora hanno legislazioni pro-vita. Dati manipolati e avvenimenti falsificati gli ingredienti principali di una serie di rapporti che negano la libertà di coscienza.

Dimenticatevi Amnesty International, la più nota organizzazione per la difesa dei diritti umani; quella che denunciava la repressione di ogni dissenso in Iran, l’uso indiscriminato della pena di morte in Cina e il ricorso alla tortura nelle carceri di mezzo mondo. Quell’organizzazione non esiste più. Ora c’è “Abortion International”, un’associazione il cui scopo principale sembra essere diventato la promozione dell’aborto e la denuncia di tutti quei Paesi così ostinati a difendere la vita dei più deboli. Scusate, non voglio confondervi: in realtà il nome è sempre Amnesty International, ma la sua ragione sociale è profondamente mutata. Ricorderete senz’altro le polemiche di due anni fa, quando l’organizzazione affermò chiaramente di abbandonare la tradizionale “neutralità” in fatto di aborto per aderire alla lobby che considera l’interruzione della gravidanza un diritto umano. Ma la novità è che il 2009 ha visto un’offensiva di Amnesty su larga scala contro i Paesi che ancora resistono all’assedio della lobby abortista, con largo uso di manipolazione di dati e falsificazione di avvenimenti. Una prima avvisaglia si era avuta già nel 2008 con il caso “Agata” in Polonia: Amnesty denunciò il fatto di una adolescente rimasta incinta dopo essere stata violentata, la cui richiesta di aborto fu respinta da diversi ospedali e fatta oggetto di pressioni da parte di gruppi pro-life. Successivamente è però emerso che la ragazza in questione non era affatto stata violentata, ma aveva avuto un rapporto consensuale con il suo fidanzato. Inoltre, lei voleva tenere il bambino, ma sua madre – aiutata da diversi gruppi abortisti – fece forti pressioni sulla ragazza. Tanto è vero che non furono gli ospedali a rifiutare l’aborto, ma la ragazza a non presentarsi nei giorni previsti dall’appuntamento, a testimonianza della sua indecisione. Ma è negli ultimi mesi che Amnesty ha scatenato una vera e propria offensiva, concentrata su Paesi dell’America Latina, dove c’è la più altra concentrazione di legislazioni pro-vita. Un primo successo è stato ottenuto da Amnesty in Messico, dove in marzo il ministero della Sanità ha accettato di rendere obbligatori gli aborti in caso di gravidanza originata da stupro. In Messico, anche se l’aborto in caso di violenza sessuale era già depenalizzato, tuttavia veniva praticato raramente anche per il grande numero di medici obiettori di coscienza. L’obiezione di coscienza era prevista nella norma varata dal governo nel luglio 2008, ma Amnesty si è scagliata contro questa norma (notare: Amnesty contro la libertà di coscienza) con la falsa affermazione per cui i trattati internazionali firmati dal Messico richiedono che sia garantita la disponibilità del servizio all’aborto. Attacchi ripetuti culminati con una petizione internazionale – consegnata al governo a febbraio 2009 – in cui si chiede di forzare i medici a praticare l’aborto. E il ministero della Sanità alla fine ha capitolato. Dopo il Messico è toccato in ordine a Perù e Nicaragua entrare nel mirino di Amnesty. All’inizio di luglio il Perù è stato oggetto di un rapporto ad hoc intitolato “Fatal flows: barriers to maternal health in Perù” (Magagne fatali: le barriere alla salute delle madri in Perù). Un rapporto sugli alti tassi di mortalità materna, soprattutto tra gli indios e i più poveri del Paese, per reclamare politiche di salute materna che – ovviamente – devono includere l’aborto terapeutico. Ancora una volta Amnesty fa riferimento a documenti internazionali – in questo caso il Piano d’azione approvato dalla Conferenza del Cairo sulla Popolazione nel 1994 – per sostenere che gli Stati sono obbligati a provvedere l’aborto in nome della salute della donna. Ancora una volta le affermazioni di Amnesty sono palesemente false, perché nessun documento o trattato internazionale ha creato un “nuovo diritto” all’aborto. Il caso però più clamoroso è quello del Nicaragua, il cui divieto totale di aborto viene bollato come “una vergogna crudele e disumana” in un rapporto pubblicato a fine luglio e titolato “The total abortion ban in Nicaragua – women’s lives and health endangered, medical professionals criminalized” (Il bando totale dell’aborto in Nicaragua: salute e vita delle donne in pericolo, personale sanitario criminalizzato). In questo caso vengono addirittura manipolati i dati per dimostrare che dall’entrata in vigore della legge che proibisce totalmente l’aborto si è verificato un aumento della mortalità materna. La legge cui si fa riferimento è stata approvata dall’Assemblea Nazionale all’unanimità nel 2006. Il rapporto di Amnesty accusa il governo di Managua di attuare una legge “discriminatoria” che provocherà l’aumento della mortalità materna. Amnesty se la prende anche con le sanzioni penali previste dalla legge, affermando che ricattano il personale sanitario con la prospettiva della denuncia. Inoltre, afferma che il divieto di aborto in Nicaragua è discriminatorio a causa delle conseguenze negative che ha sulle donne e sulle ragazze, in quanto solo “le donne e le ragazze sono obbligate a continuare gravidanze non volute o sanitariamente pericolose pena il carcere” o “patire l’angoscia mentale e il dolore fisico di un aborto non sicuro, rischiando inoltre la loro salute e la vita”. Una delle principali affermazioni di Amnesty è che il divieto farà sì che il personale medico si asterrà dal trattare le donne in alcuni casi per paura di essere incriminato, in quanto la loro azione medica potrebbe essere considerata come un aiuto a interrompere la gravidanza. In realtà, il governo nicaraguense ha più volte chiarito che l’attuale codice sanitario sarà rispettato, anche là dove permette dei trattamenti salvavita che potrebbero causare indirettamente un aborto. E soprattutto in 3 anni non c’è stato alcun medico incriminato. Da quando ha pubblicato il rapporto, ad Amnesty è stato più volte richiesto di rendere ragione delle proprie affermazioni. Mentre le risposte non sono arrivate, un giornalista americano, Matthew Hoffman di LifeSite-News.com, ha scoperto che l’organizzazione aveva falsificato i dati “nell’evidente tentativo di coprire il fatto che la mortalità materna in realtà era diminuita nel 2007”, l’anno dopo l’entrata in vigore del divieto di aborto terapeutico. Il rapporto di Amnesty sostiene infatti che la riforma è entrata in vigore il 9 luglio del 2008. Perciò confronta l’attuale tasso di mortalità materna con quello del primo semestre del 2008, ottenendo così un aumento del 10%. Peccato però che l’aborto terapeutico fosse reato già dal 2006: e nel 2007 si è registrato un calo del tasso di mortalità del 10%, fatto che Amnesty ovviamente ignora. Ma non è l’unica manipolazione. Pur sostenendo che la riforma del codice penale non è entrata in vigore prima del 2008, Amnesty cita il caso di 12 donne morte e che si sarebbe potuto salvarle soltanto se l’aborto fosse stato permesso. Amnesty riprende il caso dal rapporto del gruppo abortista IPAS, che però è stato pubblicato prima di quella che Amnesty considera l’entrata in vigore della riforma. Inoltre il rapporto IPAS non afferma affatto che sarebbe stato possibile salvare le 12 donne con la legalizzazione dell’aborto: specula invece sul fatto che “almeno 12 (morti materne) possono essere collegate a precedenti patologie aggravate dalla gravidanza, cosa che avendo la possibilità di un aborto terapeutico, la probabilità di migliorare o guarire sarebbe stata molto più elevata”. La verità è che Amnesty non è stata in grado di fornire il nome anche di una sola donna che sarebbe morta per cause collegate alla nuova legge, né il nome di una sola persona che sia stata incriminata per procurato aborto. Nomi precisi e fatti circostanziati, a prova di verifica indipendente: questo era il punto forza della “vecchia” Amnesty International, ciò che le aveva garantito credibilità e autorevolezza. Oggi evidentemente tutto questo non serve più in nome della “battaglia per la morte” che si è deciso di intraprendere. Come ha detto qualcuno: quando l’omicidio diventa un “diritto umano”, la prima vittima è la verità.