Omaggio a Chico


Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Era poco prima di cena, il 22 dicembre 1988, Chico Mendes, uscendo nella veranda sul retro della sua casa di Xapuri, nello stato dell’Acre, fu colpito al torace da una pallottola calibro 22. Aveva da pochi giorni compiuto quarantaquattro anni. Una morte annunciata che, in breve, fece il giro del mondo, poco prima di Natale. Ma chi era Chico Mendes?

Chico Mendes: «L’albero cadendo ha sparso i suoi semi»

(di Francesco Lauria)

Chico Mendes era un uomo della foresta, figlio di un seringuero, e seringuero egli stesso, raccoglitore di lattice dall’albero della gomma, fin dall’età di nove anni. Nella foresta non vi erano scuole: Chico aveva imparato a leggere e scrivere grazie a un intellettuale rifugiato, Euclides Tàvora, che era sfuggito alla dittatura. Mendes è anche l’uomo, poi diventato un personaggio internazionale, simbolo del “progresso senza distruzione dell’ambiente”, il mito di una militanza nata nelle comunità di base e poi cresciuta nel sindacato (la Cut, “Central ùnica dos trabalhadores”) e nel partito (il Pt, “Partido dos trabalhadores”), che si alimentava dall’assunto che le idee sono importanti, ma producono risultati solo se «elaborate e vissute insieme agli altri».

Fin dal 1975, Chico Mendes aveva organizzato un sindacato di lavoratori rurali per la difesa dalle violente intimidazioni e dalla occupazioni della terra praticate dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e togliendo ai lavoratori i loro mezzi di sostentamento. Mendes organizzò numerosi gruppi di lavoratori rurali per formare blocchi umani nonviolenti intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione e presto si attirò la collera dei costruttori e degli estrattori minerari, abituati a risolvere gli intoppi sia grazie a politici corrotti sia assoldando pistoleri per eliminare gli ostacoli umani. Queste azioni di contrasto salvarono effettivamente migliaia di ettari di foresta, dichiarati reservas extrativistas dove i lavoratori rurali poterono continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti, noci e fibre vegetali.

Quando fu ucciso, Mendes era divenuto da alcuni anni un testimone internazionalmente riconosciuto della lotta per la salvaguardia della foresta amazzonica, la promozione dei diritti sindacali e la concezione di un diverso modello di sviluppo.

Su Mendes è recentemente uscito un libro preziosissimo di Gianni Alioti[1], responsabile dell’Ufficio internazionale della Fim-Cisl. Lo si comprende subito dalla prefazione di Marina Silva, che da seringuera è divenuta, tra il 2003 e il 2008, ministro dell’Ambiente del governo Lula, e che racconta di aver conosciuto Mendes nel 1977. Come scrive la Silva, l’idea del socio-ambientalismo deve molto a Chico Mendes e alla sua capacità di trascendere la propria realtà, capendo profondamente il collegamento tra quello che accadeva nei territori amazzonici minacciati e il fermento dell’ambientalismo sul piano globale.

Il libro di Alioti riporta l’inedita traduzione italiana di un’intervista a Chico Mendes registrata durante il III congresso della Cut, svoltosi nel settembre del 1988. Il testo è di un’attualità sconvolgente e si approfondisce il tema del ruolo delle popolazioni indigene. L’aspetto cruciale dell’alleanza tra seringueros e indios è affrontato con grande lucidità così come l’idea di strutturare un sindacato a rete che spesso viene definito «l’alleanza». Non manca, nell’analisi di Mendes, il ruolo importante ricoperto nella battaglia ecologica nel sindacato dalle donne, oltre che dallo sviluppo del movimento cooperativo tra i seringueros. Peculiare, poi, l’esperienza di alfabetizzazione dei lavoratori che camminava di pari passo con la costruzione di consapevolezza dei diritti, con un cammino collettivo di lotta e di coscienza ecologica. Mendes racconta anche di una particolare tecnica nonviolenta, la trincheira: un cordone di uomini e donne che si davano la mano intorno all’area che stava per essere disboscata per impedire l’attività e gli accampamenti degli addetti al taglio degli alberi. Il senso politico dell’intervista è forse soprattutto nell’impegno di Mendes a costruire una compatibilità tra attività estrattiva e difesa della foresta, la chiave del successo e della concretezza delle lotte del sindacato da lui guidato.

Il libro però non si ferma qui: Alioti non si limita a una biografia di questo eccezionale testimone che con il suo sacrificio ha permesso un salto di qualità nella mobilitazione e nella visibilità dell’azione a difesa del patrimonio ambientale brasiliano e di tutta l’umanità, ma dedica una corposa seconda sezione allo stato attuale dell’Amazzonia. Un tema importante che, vista la presenza di molti compagni di Mendes alla guida dello Stato brasiliano, appare anche scomodo.

Una delle doti fondamentali di Mendes – scrive Alioti – fu questa intuizione: la capacità di reinterpretare il conflitto sociale non attraverso una visione meccanicistica, ma superando il concetto di “classe” senza per questo rinunciare alla dimensione “rivoluzionaria” che si concretizzava, precorrendo enormemente i tempi, nell’articolare insieme il sindacalismo rurale con l’ecologismo.

Rimane il tema di fondo: la deforestazione dell’Amazzonia, in questi venti anni che ci separano dall’assassinio di Chico Mendes, è continuata, pur non sempre con andamento uniforme, come altalenante è stata la presa di coscienza collettiva e la mobilitazione in difesa dell’ecosistema più importante per il futuro dell’intero pianeta. Dentro e fuori dal Brasile. L’economia predatoria guidata dagli interessi di numerose e diversificate multinazionali, la diffusione dei biocarburanti e degli organismi transgenici, le attività estrattive e minerarie senza freni oltre alla continua e annientatrice pressione sulle popolazioni indigene ci consegnano una situazione estremamente grave.

Il punto fondamentale che si riscontra nella sezione del libro di Alioti che ci aggiorna sulla situazione odierna della foresta amazzonica è che, se in una prima fase lo sfruttamento predatorio di risorse forestali (come il legname) e la destinazione dei terreni per allevare bovini o coltivare soia, può apparire un investimento economico, è ampiamente dimostrato che il saldo finale è un alto costo ambientale e sociale, mentre gli indicatori economici e di qualità della vita nelle regioni deforestate non sono certo migliori di quelle in cui la foresta è stata preservata.

Uno dei fattori scatenanti la deforestazione permane certamente la presenza di ricchissimi giacimenti minerari: si pensi ai giacimenti di ferro nella regione di Belem nella quale si trova anche una delle poche linee ferroviarie del Brasile e dove si sta attuando, favorito dalla privatizzazione delle miniere, un vero e proprio saccheggio ambientale[2].

Alioti ci ricorda che nel febbraio 1989, due mesi dopo l’uccisione di Chico Mendes, si materializzò il sogno di un’alleanza in Amazzonia di tutti i popoli della foresta, seguendo l’esempio di Mendes nell’Acre che aveva saputo formare e salvaguardare l’alleanza tra indios, seringueros, passeiros (i “senza terra”) ed altri popoli. Un’alleanza che, anche di fronte alle incertezze della politica e della società civile, è stata rilanciata nel settembre del 2007 con un grande incontro a Brasilia che ha sfidato il governo con la costruzione di un’agende alternativa insieme di preservazione degli ecosistemi e di riduzione della povertà tra i popoli tradizionali.

Le contraddizioni interne al governo Lula hanno però portato, nel marzo 2008, alle dimissioni di Marina Silva da ministro dell’Ambiente e la stessa Silva, nel mese di agosto 2009, ha lasciato anche il Pt, preludio ad una sua possibile candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma, al di là delle indubbie difficoltà, oggi l’intuizione di Mendes, in un contesto che non può prescindere da meccanismi di compensazione internazionali in coerenza con il trattato di Kyoto, appare più centrale che mai.

Per rovesciare il paradigma dello sviluppo incentrato solo sui beni di consumo e su logiche predatorie, bisogna, scrive Alioti nel testo, «trovare la maniera per quantificare e valorizzare economicamente i servizi ambientali delle foreste, tra cui quella amazzonica, sia per conservarle, sia per riconoscere una funzione sociale ed ecologica alle popolazioni che ci vivono, senza depredarle».

Scrive la figlia di Mendes, Elenira, nella postfazione al libro: «Dal profondo del mio cuore, il migliore regalo che il Brasile possa fare alla memoria di mio padre è diminuire la deforestazione dell’Amazzonia. La mia più grande allegria sarebbe sapere, un giorno, che l’Amazzonia ha raggiunto il tanto sognato grado della deforestazione zero. So che è solo un sogno, ma non smetterò mai di sognare perché è questo che mio padre mi ha insegnato. È stato per questo che mio padre è vissuto e morto: trasformare la foresta in uno spazio, in un ambiente economicamente vitale e sostenibile; perché essa non fosse più distrutta».

È il messaggio di fondo di Chico Mendes, sindacalista, politico ambientalista, padre. Di un uomo che, cadendo, «ha sparso il seme della speranza in ogni angolo del mondo».

Si consiglia l’ascolto delle seguenti canzoni:

Chico Mendes (Gang, dall’album Le radici e le ali – 1991);

Ricordati di Chico (I nomadi, dall’album Gente come noi – 1991).


[1] G. Alioti, Chico Mendes. Un sindacalista a difesa della natura, Edizioni Lavoro, Roma 2009, pp. 158.

[2] Si veda la campagna «Sui binari della giustizia» sul sito http://www.giovaniemissione.it

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