Si fa presto a dire: “Pace!”…


Articolo tratto da “Appunti di cultura e politica”, n. 1/2010,

pubblicato a cura dell’Associazione Città dell’Uomo (Mi)

Percorsi evangelici di pace

(di Fabio Corazzina)

Negli anni Novanta del secolo scorso la Chiesa italiana ha proposto la trilogia Educare alla legalità (1991), Educare alla socialità (1995) e infine Educare alla pace (1998). Ci si chiedeva: «C’è uno scarto tragico fra la sincerità dell’invocazione (di pace) e la realtà della vita. Si fa la guerra affermando di avere in cuore la pace. In nome del proprio sogno si contrasta il sogno dell’altro e non gli si fa posto. Il conflitto è contrabbandato come il prezzo inevitabile da pagare per la quiete e l’ordine, spesso identificati con la vittoria e la tranquillità del più forte. E il sangue di Abele continua a gridare dai solchi della terra (Gen 4, 10). È allora spontaneo chiederci: perché questa contraddizione? Se la pace, sempre inseguita, sembra sempre sfuggire al possesso dell’uomo, non ci sarà nella stessa condizione umana qualcosa che impedisce il realizzarsi del sogno?» (Educare alla pace nn. 1-2).

È del 2004 la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa con un ampio capitolo dedicato alla pace. La poco conosciuta trattazione fa sintesi del magistero sociale della Chiesa cattolica e propone un lavoro comune per il riconoscimento del «diritto alla pace» che favorisca «la costruzione di una società all’interno della quale ai rapporti di forza subentrano rapporti di collaborazione, in vista del bene comune» (n. 518); diritto non ancora nell’agenda degli Stati nazionali e degli organismi internazionali.

Dall’inizio del terzo millennio ci aspettavamo qualcosa di meglio. Per lo meno il secolo breve dell’odio e della guerra speravamo potesse essere semplicemente materia di storia contemporanea, sostituito dal secolo della pace. E invece… «nel terzo millennio perdura l’abitudine di rubare, cioè di perpetuare comportamenti ingiusti nei confronti del bene e dei beni altrui, del bene e dei beni di tutti… perdura l’abitudine di mentire, cioè di parlare e operare non secondo verità ma secondo convenienza… perdura l’abitudine di dimenticare o di negare i poveri, la civiltà della ricchezza non può sopportare una convivenza sgradevole… perdura l’abitudine di uccidere, cioè di non rispettare la vita o di considerarla come una variabile dipendente da altri valori ritenuti superiori: la guerra, in tutte le sue espressioni, è la struttura che rivela il massimo di devastazione umana»[1]. In questo perdurare le comunità cristiane si affannano a sopravvivere, si vendono alla paura e dimenticano il testimoniare.

Il desiderio umano di pace rivendica quindi alcune scelte e gesti coerenti anche da parte delle chiese. Scelte e gesti nei quali sia possibile riconoscere germi di futuro e di speranza. Proviamo a evidenziarne alcuni.

Il rifiuto della logica delle armi e del riarmo

Dire armi significa dire produzione, commercio, finanza armata, uso, guerra, criminalità, difesa violenta, mafia, paura, sopruso, corsa al riarmo, bambini soldato, ferite, morte, controllo sociale, eserciti. Non è sufficiente mascherare questo fenomeno con la logica degli interventi umanitari, con la scusa della protezione dei deboli, con la legittimità della difesa armata. Come comunità cristiane, parrocchie, chiese non ci è più permesso benedire, approvare, sostenere, giustificare la logica delle armi e del riarmo, troppo spesso recanti il marchio di fabbriche italiane, in cui tranquillamente lavorano operai, dirigenti, ricercatori e tecnici cristiani.

In fondo è il Vangelo che ce lo chiede. Fondamentale in tal senso è il messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti al seminario sul disarmo promosso dal pontificio Consiglio della giustizia e della pace (11-12 aprile 2008): «In questo vostro seminario voi riflettete su tre elementi tra loro interdipendenti: il disarmo, lo sviluppo e la pace… il disarmo non interessa solo gli armamenti degli Stati, ma coinvolge ogni uomo, chiamato a disarmare il proprio cuore e ad essere dappertutto operatore di pace… resta sempre valido il magistero del beato papa Giovanni XXIII, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo di un disarmo integrale… non bisogna trascurare l’effetto che gli armamenti producono sullo stato d’animo e sul comportamento dell’uomo. Le armi infatti tendono ad alimentare a loro volta la violenza… è giunto allora il momento di cambiare il corso della storia, di recuperare la fiducia, di coltivare il dialogo, di alimentare la solidarietà».

La scelta della nonviolenza evangelica

Come linguaggio, progetto sociale e politico, testimonianza e primizia del Regno di Dio. È strano il fatto che nelle nostre comunità cristiane trovi maggiormente accoglienza la giustificazione della guerra e della violenza, della legittima difesa armata e della ingerenza umanitaria con gli eserciti piuttosto che la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di amore che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile che lo stesso Gesù ha inaugurato. Il cristiano nonviolento non distoglie il volto dalla brutalità dell’oppressione, ma nemmeno si fa trascinare nella logica che lo vuole “nemico” perché altri lo hanno definito come tale. Resta un mistero ed uno scandalo il motivo per cui la Chiesa cattolica non si definisca evangelicamente e nei comportamenti come nonviolenta. Forse teme di pagare un prezzo troppo alto di fronte a poteri politici ed economici che hanno altri fini e obiettivi. Benedetto XVI in più occasioni affronta il tema della nonviolenza evangelica. Commentando le beatitudini nell’Angelus del 18 febbraio 2007, afferma: «Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (Lc 6, 29) – ma nel rispondere al male con il bene (Rm 12, 17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico… Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita».

L’obiezione di coscienza a tutto ciò che calpesta la vita

Inutile nascondere che l’obiezione di coscienza è invocata nelle nostre comunità cristiane solo in riferimento a questioni di bioetica, e rivolta a medici o a farmacisti. Che l’economia uccida, che la politica uccida, che l’industria uccida, che l’informazione uccida, che l’educazione uccida, che certa legalità uccida, che la religione uccida per noi è irrilevante. Credo che pochi ordini del giorno dei nostri Consigli pastorali presbiterali abbiano indicato la questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare volontario, alla produzione e commercio di armi, al sostegno di politiche immigratorie omicide, alla approvazione di leggi inique, alle alleanze trono-altare che rilanciano lo scontro di civiltà come criterio di lettura del tempo presente. In tal senso ci rendiamo conto che non è più sufficiente semplicemente sostenere la scelta del servizio civile.

Benedetto XVI oltre al richiamo a una obiezione di coscienza per medici, farmacisti, ricercatori in merito a questioni di bioetica interviene anche sull’obiezione di coscienza al servizio militare: «… è la via indicata da Gesù: Lui – che è il Re dell’universo – non è venuto a portare la pace nel mondo con un esercito, ma attraverso il rifiuto della violenza. Lo disse esplicitamente a Pietro, nell’orto degli Ulivi: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” (Mt 26, 52); e poi a Ponzio Pilato: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18, 36). È la via che hanno seguito e seguono non solo i discepoli di Cristo, ma tanti uomini e donne di buona volontà, testimoni coraggiosi della forza della nonviolenza»[2].

Una liturgia che dà vita e non chiede ulteriori sacrifici

I testi liturgici e il nostro modo di celebrare Dio troppo spesso contengono termini sacrificali. Ci si è abituati, nella preghiera, a contemplare la necessità del sacrificio come generatrice di futuro e salvezza. Che Cristo ci abbia detto: «non voglio più sacrifici ma solo misericordia, giustizia, amore, riconciliazione» non è che ci conforti molto. Molto più congeniale alle nostre comunità è la logica pagana (vorrei dire leghista o mafiosa) che qualcuno deve morire per il popolo, e chi deve morire lo decidono i potenti di turno, non certo gli ultimi e gli esclusi.

Benedetto XVI nell’Angelus dell’8 giugno 2008 commenta il passo del profeta Osea «Voglio amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più che gli olocausti» (6, 6): «In questo oracolo di Osea Gesù, il Verbo fatto uomo, si è, per così dire, “ritrovato” pienamente; l’ha fatto proprio con tutto il suo cuore e l’ha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti». La pace infatti «incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può garantire, per così dire, la “profondità” del volto dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano… La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. È una sorta di “risonanza”: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore» (Benedetto XVI, omelia per la Giornata della pace 2010).

La riconciliazione come stile e impegno

Non solo la società secolarizzata, ma anche le nostre comunità cristiane sono sempre più divise, incapaci di dialogo, accusatorie, «l’una contro l’altra armate». Scegliere la pace significa fare ogni sforzo per riuscire a essere artigiani di pace e di riconciliazione, facilitatori di incontro, generatori di dialogo, tessitori di perdono. Se è ormai consolidata l’idea che ogni parrocchia abbia al proprio interno la Caritas attenta alle povertà del territorio e alle politiche sociali oppure un gruppo di catechisti, è sempre più urgente che ogni parrocchia si attrezzi di un “gruppo di verità e di riconciliazione” capace di ricucire le fratture senza che il prezzo sia quello dell’avvocato, dei giudici di pace o dei tribunali penali e delle liti infinite.

L’ultimo sinodo della Chiesa africana dal tema «Riconciliazione, giustizia e pace» in una proposizione finale indica: «Invitiamo tutti a lasciarsi riconciliare con Dio. È questo che apre la via alla riconciliazione vera fra persone. È questo che può spezzare il circolo vizioso dell’offesa, della vendetta e del contrattacco. In tutto questo, la virtù del perdono è cruciale, anche prima di qualsiasi ammissione di colpa. Quelli che dicono che il perdono non funziona, dovrebbero provare a vendicarsi e vedere cosa succede. Il vero perdono promuove la giustizia del pentimento e della riparazione, che conducono a una pace che va alle radici del conflitto e che fanno di quanti erano vittime e nemici, degli amici, fratelli e sorelle».

Benedetto XVI il 25 ottobre 2009 nell’omelia per la chiusura del Sinodo conferma: «L’urgente azione evangelizzatrice, di cui molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un appello pressante alla riconciliazione, condizione indispensabile per instaurare in Africa rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte le persone di buona volontà al di là delle rispettive appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali». Ciò che vale per la Chiesa africana è urgenza per la Chiesa europea e italiana.

Un rapporto evangelico con il denaro

Con troppa facilità gestiamo le nostre economie senza criterio. Abbiamo soldi in banche armate o che sostengono il commercio di armi, investiamo in fondi immorali e omicidi, accettiamo contributi da tutti convinti che noi possiamo “lavare e purificare” ogni cosa attraverso il bene che facciamo. Sottoscriviamo accordi e convenzioni che ci privilegiano e ci mettono in cattiva luce sul piano sociale e umano. Tacciamo su ciò che non funziona pur di poter sopravvivere, pieni di timori più che di parresia. Laici e sacerdoti, gruppi e associazioni cristiane dovranno pur domandarsi cosa significa essere Chiesa “povera e libera”.

Benedetto XVI nell’omelia a Brescia lo scorso 8 novembre 2009 cita Paolo VI: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo». Povera, cioè libera.

Quando la Chiesa dipende economicamente dai potenti di turno corre il rischio di perdere coraggio. La campagna banche armate che si è poi sviluppata in campagna parrocchie disarmate vuole far riflettere sul rapporto fra finanza, riarmo e violenza. Resta molta strada da fare.

La giustizia e la gratuità prima della solidarietà e della sussidiarietà

In effetti siamo più abituati a vivere la solidarietà (vedi la quantità incredibile di gruppi, movimenti, onlus, parrocchie, oratori, patronati… che fanno cooperazione internazionale o interventi solidali sul territorio) e quindi a rivendicare la sussidiarietà (ci pensiamo noi, dateci spazio e fondi) piuttosto che accettare la sfida della giustizia e della gratuità. Chiede coraggio politico, intelligenza sociale e progettuale e scelta del bene comune nonché della priorità dei poveri rispetto ai “nostri” interessi, fossero pure di territorio o di chiesa.

È Benedetto XVI che ricorda: «La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica»[3]. È questa l’economia che non uccide.

In conclusione

Un dibattito così ricco e ampio invita ad aprire un approfondimento e individuare scelte concrete e comunitarie su molti capitoli:

la scelta nonviolenta come questione etica e spirituale: la nonviolenza è opzione evangelica?

l’obiezione di coscienza all’uso, alla produzione, al commercio delle armi è ancora valida e appoggiata dalla Chiesa cattolica?

anni fa il principio di deterrenza era accettato dall’etica cattolica, poi sconfessato perché usato per il riarmo e non per il disarmo. Oggi non dovremmo mettere in discussione anche il “principio di sufficienza” per lo stesso motivo?

la confusione, voluta e progettata, fra militare, umanitario, cooperazione, missioni di pace e guerra è pericolosissima. Se vogliamo l’esercito chiariamone il ruolo, limitato e ben definito. Perché non creare altre agenzie e strutture adeguate?

la proposta della riconversione dell’industria militare e bellica come via etica e responsabilità politica ed economica è sostenuta dalle nostre comunità?

i corpi civili di pace possono essere via decisiva per la realizzazione del diritto umanitario di pace?

la legittima difesa giustifica il riarmo personale e di un popolo?

la protezione del debole può essere raggiunta senza usare sistemi e mezzi violenti?

è eticamente sostenibile il disarmo unilaterale in questo momento?

vale ancora il «Tu non uccidere» senza se e senza ma?

Alla Chiesa è chiesto di superare l’atteggiamento di “primogenitura” di Caino che rivendica per se stesso un pericoloso “esser primo”. Primogenitura che si esprime in una serie di complessi che mettono in croce natura e umanità e non danno pace: complesso di orgoglio nei confronti di se stessi, complesso di superiorità nei confronti del prossimo, complesso di sottomissione della natura, complesso di dominio nei confronti dei popoli. Ultimi, ci dice Gesù. Capaci di incontro e dialogo con tutti in atteggiamento di “compagnia”, coscienti che la Chiesa non esiste per sé e per tutelarsi, ma per annunciare e testimoniare il vangelo a ogni creatura. Costruire un mondo nuovo significa quindi porre attenzione alle truffe edilizie troppo frequenti. Si mette più sabbia che cemento nell’impasto e tanti edifici dopo un po’ di anni cominciano a sfaldarsi… Non possiamo continuare a parlare di pace in tutte le salse, preghiere, incontri e non metterci il collante della nonviolenza evangelica. Si sfalda tutto, e la storia continua a mostrarcelo.

«Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi, o non si tenga abbastanza conto, dell’orrendo costo della guerra e della violenza, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo con essa difendere»[4]


[1] Intervento di don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, al 29° convegno nazionale delle Caritas diocesane, Orosei, 19 giugno 2003.

[2] Benedetto XVI ai giovani in servizio civile il 28 marzo 2009.

[3] Caritas in veritate, 36.

[4] P. Mazzolari, Tu non uccidere, San Paolo Edizioni, Milano 2003. Cfr. anche il discorso di Giovanni Paolo II a Drogheda, Irlanda, il 29 settembre 1979 e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa n. 496.

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